Piccole banche: nuove regole sui crediti deteriorati, ma la transizione è lenta

Piccole banche: nuove regole sui crediti deteriorati, ma la transizione è lenta

Piccole banche: nuove regole sui crediti deteriorati, ma la transizione è lenta

Matteo Rigamonti

Gennaio 25, 2026

Milano, 25 gennaio 2026 – Le banche più piccole in Italia, alle prese con crediti deteriorati fermi da oltre cinque anni, devono fare i conti da questo mese con nuove regole imposte dalla Banca Centrale Europea e dalla Banca d’Italia. L’obiettivo, dicono fonti vicine agli enti di controllo, è spingere questi istituti a liberarsi di quelle “zavorre” che appesantiscono i bilanci, difficili da recuperare o da vendere sul mercato.

Stop ai crediti vecchi: cosa cambia davvero

La stretta è partita ufficialmente a gennaio, ma – assicurano da Francoforte e Roma – il cammino sarà lento e graduale. Le nuove norme riguardano soprattutto i cosiddetti crediti non performing (NPL), che secondo la Banca d’Italia pesano ancora molto nei bilanci delle banche locali e delle casse di risparmio. “Sono posizioni ferme da anni, spesso legate a finanziamenti concessi prima del 2020”, spiega un funzionario bancario lombardo che preferisce restare nell’ombra.

Fino al 2028 per adeguarsi: niente scossoni improvvisi

Il passaggio alle nuove regole non sarà immediato. La Banca d’Italia ha chiarito che il vero allineamento tra le norme per le banche “meno grandi” (sotto la supervisione nazionale) e quelle “più grandi” (controllate direttamente dalla BCE) si completerà entro la fine del 2028. Nel primo anno, inoltre, la vigilanza chiuderà un occhio su eventuali discrepanze rispetto ai nuovi standard. “Non ci sarà nessun giro di vite improvviso – rassicura una fonte vicina a Palazzo Koch – ma un percorso fatto di passi graduali per evitare scossoni al sistema”.

Cosa rischiano le banche piccole e come cambieranno

Per molte banche più piccole, avere in bilancio crediti vecchi e difficili da smaltire è un freno reale alla crescita. Secondo i dati dell’Associazione Bancaria Italiana, il peso degli NPL tra questi istituti supera ancora il 7%, mentre la media nazionale si aggira intorno al 3%. “Liberarsi di questi crediti vuol dire tornare a investire e concedere nuovi prestiti”, spiega il direttore generale di una banca popolare veneta. Ma vendere questi crediti sul mercato resta complicato: i prezzi offerti dai fondi specializzati sono spesso troppo bassi, e le banche rischiano di chiudere in perdita.

Le reazioni degli addetti e le strategie in campo

Tra gli operatori si respira prudenza. “La gradualità è una buona cosa, ma servono strumenti concreti per facilitare la vendita dei crediti deteriorati”, commenta un consulente finanziario che lavora tra Emilia e Toscana. Alcuni istituti stanno pensando a fusioni o aggregazioni per rafforzarsi e affrontare meglio le nuove regole. Altri puntano su accordi con società specializzate nella gestione degli NPL.

La vigilanza resta vigile: cosa ci aspetta

La Banca d’Italia seguirà da vicino l’evoluzione della situazione. In una nota all’inizio dell’anno, ha ribadito che “la qualità degli attivi resta una priorità per la stabilità del sistema bancario”. Solo allora si potrà capire se le nuove regole funzionano e che impatto avranno sulle economie locali. Nel frattempo, le banche più piccole dovranno muoversi con cautela: la stagione delle deroghe non durerà in eterno.

Secondo le prime analisi, il mercato degli NPL in Italia potrebbe tornare a crescere nel 2026, spinto proprio dalle operazioni delle banche più piccole. Resta però da vedere se ci sarà abbastanza interesse da parte degli investitori per assorbire questa offerta. “Siamo solo all’inizio di un percorso lungo”, ammette un analista milanese. Per molti istituti locali, però, questa potrebbe essere finalmente l’occasione per voltare pagina dopo anni difficili.