Tfs e tfr in discussione alla Consulta: oltre ai ritardi, emergono errori di calcolo

Tfs e tfr in discussione alla Consulta: oltre ai ritardi, emergono errori di calcolo

Tfs e tfr in discussione alla Consulta: oltre ai ritardi, emergono errori di calcolo

Matteo Rigamonti

Gennaio 26, 2026

Roma, 26 gennaio 2026 – Il 10 febbraio la Corte Costituzionale tornerà a pronunciarsi sulla legittimità dei ritardi nel pagamento del TFS e TFR ai dipendenti pubblici, una questione che riguarda migliaia di lavoratori in tutta Italia. Ma, come sottolinea il network legale Consulcesi & Partners, il problema non è solo l’attesa: per molti si profila un “doppio danno”, fatto di liquidazioni svalutate e calcoli errati che pesano anche sulla pensione mensile.

Ritardi lunghi e soldi che valgono meno

Nonostante la recente Legge di Bilancio 2026 abbia fissato a sette mesi il termine per la prima rata del TFS in certi casi, la normativa attuale – basata sul D.L. n. 79/1997 per il differimento e sul D.L. n. 78/2010 per la rateizzazione – impone ancora tempi d’attesa che possono superare i 27 mesi per chi lascia il servizio con dimissioni volontarie e arrivare fino a cinque anni per somme sopra i 100.000 euro. Un sistema che, secondo molti, continua a pesare molto sui lavoratori pubblici.

“In un momento di inflazione e instabilità economica – spiega Bruno Borin, responsabile del team legale di Consulcesi & Partners – posticipare il pagamento senza un adeguato aggiornamento del valore significa una perdita netta di potere d’acquisto. Ricevere oggi una somma calcolata su dati vecchi è come incassare meno di quanto si dovrebbe”. Una realtà spesso ignorata nei dibattiti istituzionali.

Calcoli sbagliati, pensioni a rischio

L’analisi del servizio OKPensione ha messo in luce un problema meno visibile ma altrettanto grave: spesso i calcoli del TFS sono sbagliati perché la posizione assicurativa è incompleta. Questo può incidere anche sull’importo della pensione. Il passaggio dal regime TFS (DPR 1032/1973) al TFR, unito alla confusione nelle comunicazioni tra amministrazioni e INPS, ha creato una vera e propria “zona d’ombra” previdenziale.

Indennità accessorie, avanzamenti di carriera, periodi riscattati o ricongiunti non sempre vengono considerati nel modo giusto. “Se la base retributiva è sbagliata fin dall’inizio – avverte Borin – l’errore si ripercuote: il lavoratore prende una liquidazione più bassa e, per tutta la vita, una pensione mensile inferiore rispetto a quanto effettivamente maturato”. Un problema che spesso emerge solo al momento della liquidazione.

La Consulta chiamata a fare chiarezza

La questione è arrivata di nuovo davanti alla Consulta con l’ordinanza n. 55/2025 del Tar Marche, che ha messo in luce la mancata risposta del legislatore nel garantire una retribuzione differita “giusta e sufficiente”, come stabilisce l’articolo 36 della Costituzione. La sentenza n. 130/2023 della Corte aveva già sollevato dubbi sui tempi di attesa, ma le modifiche finora introdotte non hanno risolto il problema alla radice.

Nel frattempo, Consulcesi & Partners invita i lavoratori a non aspettare solo i tempi dell’amministrazione. “Affidarsi soltanto alle scadenze ufficiali può far perdere soldi per sempre”, avverte Borin. Con una verifica tecnica della posizione previdenziale – come quella offerta dal portale www.okpensione.it – si può controllare se la base di calcolo è corretta, se tutte le voci retributive sono state considerate e se la carriera contributiva è completa.

Controlli prima che sia troppo tardi

Verificare la propria storia lavorativa prima che scada il termine per presentare reclami non è più un’opzione, ma una necessità. È l’unico modo per assicurarsi che il valore del TFS e della pensione rifletta davvero gli anni di servizio svolti. “Solo così – conclude Borin – si evita che errori o omissioni si traducano in perdite economiche definitive”. Un avvertimento che, in queste settimane di attesa per la decisione della Consulta, si fa sentire forte tra gli uffici pubblici e tra chi si avvicina alla pensione.

Il nodo resta aperto. E mentre si aspetta la parola finale della Corte Costituzionale, migliaia di lavoratori pubblici continuano a fare i conti con dubbi e timori sul proprio futuro previdenziale.