Roma, 27 gennaio 2026 – Gianluca Molinaro, 47 anni, è stato condannato all’ergastolo dalla prima Corte d’Assise di Roma per l’omicidio aggravato della sua ex compagna, Manuela Petrangeli. La donna è stata uccisa il 4 luglio 2024 davanti alla clinica Villa Sandra, nel quartiere Portuense. La sentenza è arrivata oggi nel pomeriggio, accogliendo completamente la richiesta della procura e chiudendo così il primo capitolo giudiziario di un caso che aveva scosso la capitale e riacceso il dibattito sulla violenza di genere.
Omicidio premeditato e stalking: la condanna senza attenuanti
Il collegio presieduto dal giudice Maria Grazia D’Amico ha giudicato Molinaro colpevole di omicidio aggravato dalla premeditazione e dallo stalking, oltre che di detenzione abusiva di armi e ricettazione. La corte ha dato credito alla lunga serie di minacce e molestie che l’uomo aveva rivolto a Manuela nei mesi prima dell’omicidio. “Non potevamo ignorare la gravità dei fatti e la freddezza con cui sono stati messi in atto”, ha commentato una fonte giudiziaria a margine dell’udienza. Nessuna attenuante è stata concessa.
L’agguato davanti alla clinica
Era un giovedì mattina, poco dopo le 8.30, quando Manuela Petrangeli, 45 anni, infermiera con vent’anni di servizio a Villa Sandra, è stata colpita da due colpi sparati con un fucile a canne mozze, mentre si trovava con una collega, appena fuori dal cancello della clinica. Secondo la polizia scientifica, Molinaro l’aveva aspettata nascosto in auto tra le altre vetture del parcheggio. Quando Manuela ha salutato la collega ed è rimasta sola, lui ha abbassato il finestrino e ha sparato. I soccorritori del 118 sono arrivati in pochi minuti, ma ogni tentativo di rianimazione è stato vano.
Anni di persecuzione alle spalle
Gli atti del processo hanno ricostruito un quadro di stalking e minacce che durava da almeno tre anni. Manuela e Gianluca si erano separati nel 2021, dopo una relazione segnata da continui litigi. Avevano un figlio di nove anni, affidato alla madre. Nei mesi prima dell’omicidio, Molinaro aveva inviato decine di messaggi intimidatori: “Ti vengo a pisciare sulla bara”, “Mi prenderò la mia rivincita”, “Sarà una vendetta che ti segnerà per sempre”. In uno di questi, aveva persino citato Hannibal Lecter, il celebre personaggio dei thriller. “Era terrorizzata, non usciva mai da sola”, ha raccontato una collega di Manuela durante il processo.
La confessione e l’arresto spontaneo
Dopo aver sparato, Molinaro non è scappato. Ha scritto a un’altra ex compagna, Debora Notari: “Gli ho sparato du’ botti”, avrebbe digitato su WhatsApp. È stata proprio lei a chiamare i carabinieri e a restare al telefono con lui per quasi un’ora, fino a quando l’uomo si è presentato di sua spontanea volontà in caserma, in via Ramazzini. “Era sconvolto ma lucido”, riferiscono fonti investigative. In caserma avrebbe ammesso subito: “Non ce la facevo più”.
Una donna stimata e un uomo con precedenti
Manuela Petrangeli era molto conosciuta nel quartiere Portuense. Da vent’anni lavorava come infermiera a Villa Sandra, dove tutti la ricordano come una persona riservata ma sempre disponibile. “Era una donna buona, non meritava tutto questo”, ha detto una collega all’uscita dall’aula bunker di Rebibbia. Molinaro invece lavorava come operatore socio-sanitario al centro Don Guanella, poco lontano dal luogo dell’aggressione.
Silenzio e dolore fuori dal tribunale
Fuori dal tribunale, familiari e amici di Manuela hanno accolto la sentenza con un lungo silenzio. Niente applausi, solo abbracci e sguardi bassi. “Non ci ridarà indietro Manuela, ma almeno ora c’è giustizia”, ha detto il fratello della vittima ai giornalisti. Le associazioni contro la violenza sulle donne hanno espresso soddisfazione per la rapidità del processo, ma hanno chiesto più attenzione alla prevenzione: “Bisogna agire prima che sia troppo tardi”, ha dichiarato la presidente di Differenza Donna.
Un caso che rilancia l’urgenza di proteggere le vittime
Il femminicidio di Manuela Petrangeli resta uno dei casi più toccanti e discussi degli ultimi anni a Roma. La sentenza di oggi non cancella il dolore, ma mette di nuovo sotto i riflettori la necessità di proteggere chi subisce stalking e di migliorare le misure preventive, spesso ancora insufficienti. Rimane aperta la domanda, ancora senza risposta: cosa si sarebbe potuto fare per evitare questa tragedia?
