Marco Travaglio difende Fabrizio Corona: l’Italia tra censure e libertà di espressione

Marco Travaglio difende Fabrizio Corona: l'Italia tra censure e libertà di espressione

Marco Travaglio difende Fabrizio Corona: l'Italia tra censure e libertà di espressione

Matteo Rigamonti

Gennaio 27, 2026

Milano, 27 gennaio 2026 – Marco Travaglio rompe il silenzio e scende in campo a favore di Fabrizio Corona, dopo la recente decisione del giudice di Milano che ha imposto limiti a Alfonso Signorini e Mediaset. In un editoriale pubblicato oggi su Il Fatto Quotidiano, il direttore esprime tutta la sua preoccupazione per quello che definisce un clima di “censure e museruole” che, a suo avviso, sta soffocando il dibattito pubblico in Italia. La vicenda, esplosa nelle ultime ore, riguarda i confini della libertà di espressione e il peso dei social media nel raccontare i retroscena del mondo dello spettacolo.

Travaglio attacca: “L’Italia è un catalogo infinito di censure”

Nel suo intervento, Travaglio non le manda a dire: “Oggi l’Italia, come tutto l’Occidente, invece di andare verso più libertà, è diventata un vero e proprio catalogo di censure, autocensure, bavagli, museruole e divieti, sempre più simili a quelli delle autocrazie”. Parole forti, arrivate il giorno dopo che il tribunale di Milano ha vietato a Corona di parlare pubblicamente di Signorini e di Mediaset, dopo le polemiche scatenate da alcune sue dichiarazioni.

La vicenda ha acceso un acceso dibattito tra addetti ai lavori e opinione pubblica. Da una parte chi chiede rispetto per la privacy e la reputazione; dall’altra chi teme che si stia scivolando verso una censura preventiva. Travaglio prende posizione senza esitazioni: “Se Corona ha diffamato qualcuno o violato la privacy, lo si denunci e si aspetti la sentenza”, scrive. Ma aggiunge anche: “È curioso che prima lo punissero perché usava i suoi scoop per non pubblicarli, ricattando la gente, e ora lo si punisca perché li pubblica”.

Social, libertà di parola e confini da ridefinire

Il caso solleva una questione più ampia: qual è il ruolo dei social e chi può parlare di fatti pubblici? “Si dice: ma Corona non è un giornalista. E allora? Dove sta scritto che sui social possono parlare solo i giornalisti quando si parla di Mediaset o Signorini?”, si domanda Travaglio. Una riflessione che mette in luce un problema reale: il confine tra informazione professionale e comunicazione libera, spesso confuso nel caos dei contenuti digitali.

Per il direttore del Fatto Quotidiano, il rischio è chiudere il dibattito pubblico a pochi “eletti”, escludendo voci scomode o diverse. “Corona non è un cronista, è un ex galeotto”, ammette senza giri di parole. “Non usa le cautele del giornalismo, avrebbe bisogno di un avvocato per non combinare guai, ma con il suo linguaggio diretto sta facendo emergere certe simpatiche abitudini del mondo Signorini-Mediaset”.

Il giudice blocca Corona: censura preventiva?

La decisione del giudice milanese si basa sul rischio che Corona possa compiere nuovi reati. Una scelta che ha fatto discutere, anche tra gli esperti di diritto, e che Travaglio definisce apertamente “censura preventiva”. “La decisione arriva per reati che potrebbe commettere in futuro. In pratica, perché Signorini e Mediaset hanno chiesto che non parli di loro. Una bella pretesa, che però si chiama censura preventiva”, scrive ancora Travaglio.

Dall’altra parte, gli avvocati di Signorini e Mediaset insistono sulla necessità di difendere la privacy e l’onore dei loro clienti. Nessun commento ufficiale invece da parte degli interessati nelle ultime ore. Intanto, sui social, la polemica non si placa: tra chi difende a spada tratta la libertà di parola e chi invece chiede regole più rigide per fermare le derive diffamatorie.

Un confronto destinato a durare

Questa vicenda mette in luce una tensione che cresce: da un lato il diritto all’informazione, dall’altro la tutela della persona, in un mondo dove i confini tra cronaca e spettacolo si fanno sempre più labili. “Non è solo una questione tra Corona e Signorini”, spiega un avvocato milanese contattato nel pomeriggio. “La vera domanda è: fino a che punto si può limitare la parola pubblica senza cadere in forme di controllo che ricordano altri tempi?”.

Per ora la decisione del giudice resta valida. Ma il dibattito – riacceso dalle parole di Travaglio – promette altre polemiche nei prossimi giorni. E forse anche qualche riflessione nuova sulle regole della comunicazione nell’era digitale.