Roma, 28 gennaio 2026 – Mercurio potrebbe non essere il pianeta “morto” che pensavamo da decenni. A dirlo è una nuova ricerca pubblicata su Communications Earth & Environment, che per la prima volta ha studiato a fondo le misteriose striature sulla superficie, conosciute come “lineae”. Lo studio, firmato dal Center for Space and Habitability dell’Università di Berna insieme all’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), apre nuove prospettive sull’attività geologica del pianeta più vicino al Sole.
Le lineae di Mercurio: tracce di vita recente sul pianeta
Le lineae sono sottili strisce luminose, allungate, visibili soprattutto dentro i crateri e sulle pareti dei picchi centrali di Mercurio. “Si vedono come filamenti chiari, spesso raggruppati in fasci, vicino a piccole depressioni irregolari chiamate ‘hollows’”, spiega Giovanni Munaretto, ricercatore dell’INAF di Padova e coautore dello studio. Dai dati raccolti, queste striature sembrano formarsi quando dal pianeta fuoriesce materiale volatile proveniente dall’interno.
Per avere un quadro più chiaro, il gruppo ha usato algoritmi di deep learning per passare al setaccio circa 100.000 immagini ad alta risoluzione scattate dalla sonda Messenger della NASA, che ha orbitato Mercurio dal 2011 al 2015. Il risultato? Sono state mappate circa 400 striature luminose sparse su tutta la superficie.
Radiazione solare e crateri recenti: la formula delle lineae
Dall’analisi emerge che le lineae si trovano soprattutto sulle pareti dei crateri più giovani, quelli esposti direttamente al Sole. La radiazione solare, secondo i ricercatori, gioca un ruolo chiave nel loro sviluppo. “L’impatto che crea un cratere rompe la superficie, aprendo delle crepe che diventano canali preferenziali per l’uscita di gas dagli strati profondi”, spiega Munaretto. Se il degassamento avviene in basso, si formano i noti hollows; se invece interessa le pareti, nascono i “microhollows” e il materiale scivola giù, dando vita alle lineae.
Un dettaglio che sorprende: tra i gas coinvolti ci sono sodio, potassio, zolfo e cloro, elementi che i modelli prevedono dovrebbero essere già spariti a causa delle temperature altissime e della vicinanza col Sole. Eppure, le osservazioni raccontano una realtà diversa.
Mercurio non è così “morto” come pensavamo
Fino a pochi anni fa, si credeva che Mercurio fosse un pianeta geologicamente spento, senza più processi interni. “Si pensava che i gas volatili fossero svaniti subito dopo la nascita del pianeta”, ricorda Munaretto. Ma le scoperte della missione Messenger – dai crateri vulcanici agli stessi hollows – hanno messo tutto in discussione. Ora, lo studio delle lineae suggerisce che questi fenomeni potrebbero essere molto più recenti, forse ancora in atto.
“Le nostre analisi indicano che Mercurio potrebbe avere ancora un’attività geologica, non solo come ricordo del passato”, aggiunge il ricercatore. Una scoperta che apre nuovi interrogativi sulle dinamiche interne del pianeta e sulla sua evoluzione.
Il futuro è nelle mani di BepiColombo
La risposta definitiva potrebbe arrivare presto, grazie alla missione BepiColombo, nata dalla collaborazione tra l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e quella giapponese (JAXA). L’arrivo nell’orbita di Mercurio è previsto per fine 2026. Le nuove immagini, più dettagliate, potranno finalmente dire se le lineae si stanno ancora formando o se sono solo un ricordo.
Intanto, questa scoperta riaccende l’interesse per il pianeta più piccolo del Sistema Solare. Un mondo che, nonostante le temperature da forno – fino a 430 gradi durante il giorno – e la sua apparente quiete, nasconde ancora processi attivi sotto la superficie. Solo allora potremo provare a rispondere a una domanda che da anni tormenta gli scienziati: Mercurio è davvero ancora vivo?
