Washington, 29 gennaio 2026 – Il deficit commerciale degli Stati Uniti è tornato a crescere a novembre, raggiungendo i 56,8 miliardi di dollari. È quanto emerge dai dati diffusi oggi dal Dipartimento del Commercio. Un balzo del 95% rispetto a ottobre che riaccende i riflettori sulle conseguenze delle politiche tariffarie volute dal presidente Donald Trump nell’ultimo anno.
Dazi e incertezza frenano le esportazioni
Secondo quanto riportato dal New York Times, le esportazioni americane sono scese del 3,6%, fermandosi a 292,1 miliardi di dollari. A soffrire di più sono stati l’oro – tradizionale bene rifugio in tempi difficili – ma anche farmaci, beni di consumo e petrolio greggio. “La domanda estera si è raffreddata parecchio”, ha commentato un analista di Morgan Stanley, sottolineando come le tensioni commerciali abbiano spinto gli operatori a fare più attenzione.
Importazioni in aumento, trainate da data center e farmaci
Sul fronte opposto, le importazioni sono salite del 5%, toccando quota 348,9 miliardi di dollari. A spingere il rialzo sono stati soprattutto gli acquisti di farmaci dall’estero e di apparecchiature tecnologiche per i nuovi data center negli Stati Uniti. “Le aziende stanno investendo molto nelle infrastrutture digitali”, ha spiegato un portavoce della Camera di Commercio Usa, “e questo si vede chiaramente nei numeri delle importazioni”.
Il deficit risale dopo mesi di calo
L’aumento delle importazioni unito al calo delle esportazioni ha fatto schizzare di nuovo il deficit commerciale mensile. Solo a ottobre il saldo negativo aveva toccato il punto più basso dal giugno 2009, un risultato che la Casa Bianca aveva usato per celebrare la bontà della sua strategia protezionistica. Ma, secondo molti esperti, quel dato era in parte frutto di fattori temporanei. “Molte aziende avevano anticipato o rimandato le spedizioni per evitare i nuovi dazi”, ricorda l’economista Jennifer Lee di BMO Capital Markets.
Economisti: niente giudizi affrettati sul deficit
Il presidente Trump ha spesso indicato il deficit commerciale come un segno di debolezza per l’economia americana. Ma la maggior parte degli economisti invita a non farsi ingannare da letture troppo semplici. “Il deficit può cambiare per tanti motivi diversi”, spiega il professor Alan Blinder della Princeton University. “Non sempre vuol dire che perdiamo terreno nella competizione globale”. Del resto, il 2025 è stato un anno segnato da forti oscillazioni nei flussi commerciali, con l’oro che ha avuto movimenti anomali legati alle turbolenze dei mercati.
Futuro incerto, si attendono le prossime mosse
Gli analisti prevedono che la volatilità potrebbe continuare nei mesi a venire. Molto dipenderà dalle decisioni dell’amministrazione Trump sui dazi e dalle risposte dei partner commerciali internazionali. “Il rischio è quello di entrare in una spirale di ritorsioni”, confida un funzionario del Dipartimento del Tesoro, “con effetti difficili da prevedere su lavoro e investimenti”.
In questo quadro, il dato di novembre suona come un campanello d’allarme per chi sperava in una stabilizzazione dei rapporti commerciali. Gli operatori restano cauti. “Serve chiarezza sulle regole”, sottolinea un manager del settore manifatturiero del Midwest. Solo allora, forse, si potrà capire se la strategia dei dazi porterà davvero i risultati promessi dalla Casa Bianca o se, invece, rischia di frenare la crescita americana.
