Il giudice Vitelli e l’assoluzione di Stasi: la testimonianza che svela nuovi misteri su bici e pc

Il giudice Vitelli e l'assoluzione di Stasi: la testimonianza che svela nuovi misteri su bici e pc

Il giudice Vitelli e l'assoluzione di Stasi: la testimonianza che svela nuovi misteri su bici e pc

Matteo Rigamonti

Gennaio 30, 2026

Milano, 30 gennaio 2026 – Il giudice Stefano Vitelli, che nel 2009 assolse in primo grado Alberto Stasi dall’accusa di aver ucciso la fidanzata Chiara Poggi a Garlasco, non ha mai cambiato idea. Nemmeno oggi, a distanza di anni dalla condanna definitiva a 16 anni inflitta dalla Cassazione, Vitelli ribadisce con fermezza: “Per me Stasi è innocente”. Lo ha fatto in occasione dell’uscita del libro “Il ragionevole dubbio di Garlasco” (Piemme), scritto insieme al giornalista Giuseppe Legato. Un caso che ancora oggi spacca l’opinione pubblica e mette sotto pressione la giustizia italiana.

Stasi, le prove che non convincono e i dubbi che restano

Intervistato da La Stampa e Repubblica, Vitelli ha ripercorso i motivi che lo portarono a quella sentenza di assoluzione. Al centro di tutto c’è l’alibi informatico: la perizia disposta dal giudice mostra che quella mattina Stasi era al computer, impegnato a lavorare sulla tesi, con “continuità e impegno”. Nel documento si legge che, se l’omicidio fosse avvenuto nelle prime ore del mattino, Stasi avrebbe dovuto tornare a casa di corsa per mettersi subito a studiare. Un dettaglio che, secondo Vitelli, non torna.

Poi c’è la testimonianza di una vicina di casa che raccontò di aver visto una bicicletta da donna – diversa da quella di Stasi – vicino al muro della villetta. La donna, che non conosceva Stasi, si disse certa di quel che aveva visto. “All’inizio anche i carabinieri pensarono a un incidente domestico”, ha aggiunto il giudice. Messaggi che, messi insieme, non formavano secondo lui un quadro chiaro e certo di colpevolezza.

Il ragionevole dubbio: una scelta di giustizia, non una resa

“Il ragionevole dubbio non è una sconfitta”, scrive Vitelli nel suo libro. “La verità assoluta non esiste”. Per il giudice, assolvere quando non si ha certezza è una vittoria per lo Stato di diritto. Nel processo, racconta, più entrava nei dettagli e più trovava incongruenze: dalla bicicletta alla vicina, passando per le prime ipotesi degli investigatori. “Ho deciso di partire dal principio di non dare nulla per scontato – confida – mettendo in discussione ogni prova con un approccio quasi socratico”.

Vitelli ricorda i consigli di pochi amici fidati e della madre: umiltà e prudenza nel giudicare. Virtù che, pochi giorni fa, il presidente Mattarella ha richiamato ai giovani magistrati. “Un mucchio di prove fragili non fa una prova solida”, scrive ancora Vitelli. “Meglio un colpevole libero che un innocente in carcere”, conclude, richiamando uno dei cardini del diritto penale.

Media e giustizia: quando l’informazione pesa sul giudizio

Uno dei temi più scottanti riguarda il ruolo dei media nei processi. Vitelli non nasconde la sua preoccupazione: “Nel processo mediatico, chi è indagato diventa subito un colpevole presunto”, denuncia. Il magistrato punta il dito anche contro consulenti e periti che, sotto pressione, finiscono per voler “chiudere il caso” invece di limitarsi a dare risposte tecniche. “Il giudice deve saper chiudere la porta, anche a avvocati e pm quando serve”, dice.

Il caso Garlasco – passato alla cronaca come quello del “biondino dagli occhi di ghiaccio” – è per Vitelli l’esempio di come l’opinione pubblica possa condizionare i giudizi nei gradi successivi. Nonostante la Cassazione abbia ribaltato la sua sentenza, e che lo stesso procuratore generale avesse chiesto l’annullamento della condanna in Appello, Vitelli resta fermo sulle sue idee.

Lezioni da Garlasco per la giustizia italiana

“Quello che sembra vero può anche non esserlo”, scrive Vitelli, riassumendo così tutta la vicenda. Dall’impronta sul dispenser – forse lasciata la sera prima – alla telefonata fredda di Stasi dopo la scoperta del corpo, che potrebbe essere stata solo una reazione al trauma. Il magistrato invita soprattutto i giovani colleghi a capire bene cosa significa togliere la libertà a una persona: “Va compreso fino in fondo”.

Sul fronte delle polemiche politiche, Vitelli è netto: usare il caso Garlasco per sostenere o bocciare riforme come la separazione delle carriere è un errore che fa perdere un’occasione di confronto serio. Sulle critiche della famiglia Poggi preferisce non entrare. E sull’ipotesi di corruzione che riguarda il collega Venditti, coinvolto nel processo, si dice “ripugnato” all’idea che qualcuno possa “vendere il proprio ruolo”, soprattutto in un caso così delicato.

Il caso Garlasco resta uno specchio della giustizia italiana. Tra sentenze rovesciate e dubbi che non si spengono mai, resta aperta una domanda: cosa vuol dire davvero “oltre ogni ragionevole dubbio”?