Il patto del 2009 tra Italia e Usa: come gli agenti dell’Ice combattono il terrorismo

Il patto del 2009 tra Italia e Usa: come gli agenti dell'Ice combattono il terrorismo

Il patto del 2009 tra Italia e Usa: come gli agenti dell'Ice combattono il terrorismo

Matteo Rigamonti

Gennaio 31, 2026

Roma, 31 gennaio 2026 – Da oltre quindici anni Italia e Stati Uniti collaborano scambiandosi informazioni su sospetti di terrorismo. Tutto è partito il 28 maggio 2009, quando a Roma l’allora ministro dell’Interno, Roberto Maroni, firmò un accordo sotto il governo Berlusconi. Ancora oggi, quell’intesa permette agli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) – la divisione del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti (DHS) – di accedere a dati sensibili raccolti dalle autorità italiane. Parliamo di profili del DNA, dati biometrici e informazioni personali. Lo scopo? Rafforzare la cooperazione per prevenire e combattere le forme più gravi di criminalità, in particolare il terrorismo.

Un accordo solido per la sicurezza: 24 articoli chiave

L’accordo è lungo, formato da 24 articoli, e stabilisce che Roma e Washington possano scambiarsi informazioni su persone accusate o sospettate di reati legati al terrorismo o affiliate a gruppi criminali organizzati. Nel documento si legge che le due parti “autorizzano i rispettivi punti di contatto nazionali ad accedere ai dati contenuti nei propri schedari di profili del DNA”, con la possibilità di interrogazioni automatiche per confrontare i profili genetici.

Ma non si tratta solo di DNA. L’intesa prevede anche lo scambio di altri dati identificativi: nome, cognome, sesso, data e luogo di nascita, nazionalità attuali e precedenti, numero di passaporto, dati dattiloscopici (cioè le impronte digitali) e la descrizione di eventuali precedenti penali. Queste informazioni possono essere usate sia nelle indagini penali sia in procedimenti giudiziari o amministrativi legati direttamente alle indagini stesse.

Un iter lungo anni: ratifica e aggiornamenti

Anche se firmato nel 2009, l’accordo è stato ratificato in Italia solo il 3 luglio 2014, sotto il governo Renzi, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale il 17 luglio. Poi, il 20 ottobre 2017, durante il governo Gentiloni, è stato firmato un “accordo di attuazione” che ha reso l’intesa valida a tempo indeterminato. L’articolo 21 chiarisce che entrambe le parti possono tirarsi indietro solo con un preavviso scritto di tre mesi.

Fonti del Viminale spiegano che questa collaborazione ha permesso “uno scambio più veloce di informazioni su soggetti potenzialmente pericolosi”, soprattutto quando si tratta di indagini che coinvolgono più paesi o sospetti di terrorismo con legami tra Europa e Stati Uniti.

Come avviene lo scambio dati: impronte e sistemi biometrici

Un documento interno del Department of Homeland Security del 3 aprile 2018 dettaglia le modalità pratiche: “Chi fa l’interrogazione raccoglie le impronte digitali della persona interessata e verifica nel sistema biometrico automatico dell’altro paese se quell’individuo è già noto”. Le informazioni condivise riguardano anche le attività delle agenzie federali americane come ICE e US Customs and Border Protection (CBP).

Non sono mancati i dibattiti sull’operato degli agenti ICE negli Stati Uniti, soprattutto dopo alcuni episodi controversi a Minneapolis. Ma dal punto di vista italiano, la collaborazione si concentra solo sullo scambio di dati a fini investigativi e giudiziari.

Tra sicurezza e privacy: il dibattito politico

La presenza degli agenti ICE in Italia torna spesso al centro del dibattito politico. “Gli agenti a Milano? Non c’è nulla di strano”, ha detto un ex dirigente ICE a Open, sottolineando come la cooperazione sia “una prassi consolidata tra paesi alleati”. Più duro Carlo Calenda, leader di Azione, che in un video ha paragonato l’ICE alle SS e ha invitato i sovranisti italiani a opporsi alle richieste dell’amministrazione Trump.

Sul fronte della privacy, alcune associazioni hanno espresso preoccupazione per la quantità e la natura dei dati scambiati. Tuttavia, le autorità italiane assicurano che ogni scambio avviene “nel rispetto delle leggi nazionali ed europee sulla protezione dei dati personali”.

Un’intesa che dura e divide

A quasi vent’anni dalla firma, l’accordo tra Italia e Stati Uniti resta uno degli strumenti principali nella lotta al terrorismo internazionale. Ma come spesso succede in questi casi, il confronto tra efficacia investigativa e tutela dei diritti individuali resta acceso. Per ora, però, nessuna delle due parti sembra intenzionata a mollare l’accordo.