Tel Aviv, 1 febbraio 2026 – La durata della vita umana dipende dalla genetica molto più di quanto si pensasse finora. Uno studio appena pubblicato su Science parla chiaro: almeno il 50% della nostra longevità è ereditario. A guidare la ricerca è stato Ben Shenhar, del Weizmann Institute of Science, che ha rivisto al rialzo le vecchie stime e potrebbe spingere la scienza a cambiare completamente approccio all’invecchiamento.
La genetica conta più di quanto credevamo
Finora, gli studi sui gemelli dicevano che l’ereditarietà pesava per circa il 25% sulla durata della vita. I dati genealogici, più cauti, indicavano valori ancora più bassi, intorno al 6%. Ma il nuovo studio ha fatto un passo in più: ha tolto dal conto gli incidenti, le infezioni e altri fattori esterni, concentrandosi solo sulle cause interne alla morte. Il risultato? La componente genetica schizza a circa il 55%. Gli autori sottolineano che così la longevità umana si avvicina a quella di altri tratti fisiologici complessi e anche ad altre specie animali.
Come hanno fatto: gemelli e simulazioni al centro
Il team di Shenhar ha lavorato con modelli matematici e simulazioni su un vasto gruppo di gemelli. Solo così hanno potuto separare le morti dovute alla genetica da quelle legate all’ambiente. “Volevamo capire quanto contasse davvero il DNA, senza il rumore dei fattori esterni”, ha spiegato uno dei ricercatori. E il risultato è stato sorprendente: la parte ereditaria è molto più alta di quanto si pensasse.
Cosa significa per la ricerca sull’invecchiamento
Daniela Bakula e Morten Scheibye-Knudsen, che hanno commentato lo studio su Science, parlano di una scoperta che “rafforza la necessità di grandi progetti per scoprire le varianti genetiche legate alla longevità”. In pratica, puntare sulla genetica potrebbe aiutare a migliorare i cosiddetti punteggi di rischio poligenico e a capire quali percorsi biologici regolano l’invecchiamento. “Se la genetica pesa così tanto, ha senso investire in grandi studi per scoprire quali geni entrano in gioco”, scrivono i due esperti.
Un confronto con altri animali e con il passato
La ricerca sulla longevità non è una novità. Nei topi, per esempio, si sa da tempo che la vita dipende molto dal patrimonio genetico. Ma nell’uomo le stime erano sempre più basse. Oggi, con metodi più precisi e togliendo i fattori ambientali, si arriva a una percentuale che avvicina l’essere umano agli animali da laboratorio. “Questo studio cambia il modo in cui guardiamo all’invecchiamento”, ha commentato un genetista che non ha partecipato alla ricerca.
Cosa cambia per la medicina del futuro
Se la genetica incide per più della metà sulla durata della vita, le strategie per allungarla potrebbero cambiare. Ora gli scienziati vogliono scoprire quali varianti genetiche sono più importanti e come influenzano i meccanismi dell’invecchiamento. Non è solo una questione teorica: capire quali geni contano davvero potrebbe aprire la strada a nuove terapie o a strumenti di prevenzione personalizzati. “Siamo solo all’inizio”, ha detto uno degli autori. Ma la strada sembra chiara: la chiave della longevità è, almeno in parte, scritta nel DNA.
