Milano, 2 febbraio 2026 – Il prezzo del petrolio ha subito un netto calo questa mattina, lunedì 2 febbraio, sui principali mercati delle materie prime. Il WTI con consegna a marzo è sceso a 61,75 dollari al barile (-5,31%), mentre il Brent con consegna ad aprile si è fermato a 65,74 dollari al barile, segnando un calo del 5,16%. Un ribasso che ha colto molti di sorpresa già dalle prime contrattazioni a Londra e New York.
Prezzi in picchiata: cosa sta succedendo
Gli analisti di Goldman Sachs spiegano che la caduta è frutto di più fattori. Da un lato, le previsioni sulla crescita globale sono state riviste al ribasso dal Fondo Monetario Internazionale la scorsa settimana. Dall’altro, l’aumento delle scorte negli Stati Uniti, certificato dall’Energy Information Administration. “Il mercato teme che la domanda possa rallentare nei prossimi mesi”, dice Marco Bellini, responsabile ricerca materie prime di una grande banca milanese. Solo ieri il Brent viaggiava sopra i 69 dollari: il cambio di scenario è stato rapido e deciso.
Mercati in fibrillazione, le prime reazioni
Le borse hanno reagito subito. A Piazza Affari il settore energetico ha aperto in calo: Eni ha perso l’1,8%, Saipem il 2,3% nelle prime contrattazioni. “Siamo in una fase di grande volatilità”, conferma un trader della City raggiunto al telefono poco dopo le 9.30. Anche a Wall Street si preannuncia una giornata difficile per le compagnie petrolifere. Il calo del petrolio, però, potrebbe dare un po’ di respiro ai consumatori: secondo le prime stime di Nomisma Energia, il prezzo medio della benzina alla pompa potrebbe scendere di circa 3 centesimi al litro entro la fine della settimana.
Scorte in crescita e domanda fiacca
I dati dell’EIA pubblicati ieri sera mostrano che le scorte di greggio negli Stati Uniti sono aumentate più del previsto: +4,2 milioni di barili nell’ultima settimana. Un segnale che il mercato non ha ignorato. “La domanda resta debole in Asia, soprattutto in Cina”, spiega un analista di Singapore intervistato da Reuters. Le raffinerie cinesi lavorano a ritmi più lenti rispetto allo stesso periodo del 2025. In Europa, invece, la domanda è stabile ma senza slanci: l’inverno mite ha ridotto i consumi di gasolio per riscaldamento.
Che cosa aspettarsi nelle prossime settimane
Gli esperti restano cauti. In una nota, JP Morgan avverte che “la volatilità potrebbe durare fino a primavera”, complici l’incertezza sulle mosse dell’OPEC+ e le tensioni in Medio Oriente. Solo la scorsa settimana, il ministro dell’Energia saudita ha ribadito l’impegno a tenere sotto controllo la produzione, ma i mercati scommettono su una possibile revisione delle quote già a marzo.
Il petrolio più basso pesa sull’economia reale
Il calo del petrolio influirà anche sull’inflazione in Europa: secondo le simulazioni della BCE, se i prezzi restano sotto i 65 dollari a lungo, si potrebbe vedere un rallentamento della crescita dei prezzi al consumo. “Per le famiglie italiane significherebbe bollette un po’ più leggere”, commenta Davide Tabarelli di Nomisma Energia. Ma per i produttori e i Paesi esportatori – dalla Russia al Venezuela – la situazione si fa più difficile: bilanci pubblici più fragili e margini sotto pressione.
Sguardo alle prossime mosse dell’OPEC+
Gli operatori guardano alle riunioni dell’OPEC+ in programma a metà febbraio a Vienna. Fonti diplomatiche riferiscono che alcuni Paesi stanno pensando a tagli aggiuntivi per sostenere i prezzi. “Solo allora capiremo se questo calo è solo un episodio o l’inizio di un nuovo trend”, confida un funzionario europeo vicino al dossier energia.
Per ora il mercato osserva e aspetta segnali più chiari. Intanto, la giornata è cominciata con un dato concreto: il petrolio costa meno rispetto a ieri. E per chi va a fare il pieno, questa è già una buona notizia.
