Il dramma delle aquile: quando un attore tradisce la libertà per il potere

Il dramma delle aquile: quando un attore tradisce la libertà per il potere

Il dramma delle aquile: quando un attore tradisce la libertà per il potere

Giada Liguori

Febbraio 2, 2026

Roma, 2 febbraio 2026 – Dal 5 febbraio arriva nelle sale italiane “Le aquile della Repubblica”, il terzo e ultimo capitolo della trilogia egiziana firmata da Tarik Saleh, regista svedese con radici egiziane. Il film, già presentato in concorso a Cannes, racconta la storia di George Fahmy, famoso attore egiziano interpretato da Fares Fares, che suo malgrado si ritrova invischiato nei meccanismi oscuri del potere dopo essere stato scelto come volto di un film di propaganda governativa.

Un attore diviso tra commedia e noir nel cuore del Cairo

La pellicola inizia con toni leggeri, quasi a prendere in giro lo spettatore. George Fahmy, soprannominato “il Faraone dello schermo”, è un uomo pieno di contraddizioni e segreti: separato dalla moglie, padre di un adolescente, e legato a una giovane donna, Donya, che forse è sua figlia. La sua vita quotidiana è fatta di piccoli espedienti, come la scena in cui, travestito in modo goffo, compra il Viagra in farmacia e viene riconosciuto dal farmacista, che gli chiede un selfie. Un momento che fa capire subito l’atmosfera surreale e ironica del film.

Ma dietro questa maschera leggera, si nasconde un lato più oscuro. Quando Fahmy riceve la proposta di interpretare il presidente Abdel Fattah al-Sisi in un film di regime, tutto cambia. “Non poteva dire di no”, spiega Saleh, sottolineando come il protagonista diventi presto un burattino nelle mani del potere. Solo sul set blindato del film di Stato Fahmy capisce di essere osservato, manipolato, esposto.

Il potere che inganna: satira e denuncia

Sul set, George incontra Suzanne (interpretata da Zineb Triki), la moglie di un ministro del regime, una donna misteriosa e affascinante che lo coinvolge in una relazione pericolosa. La tensione cresce e i confini tra realtà e finzione si confondono sempre di più. “I veri pericoli arriveranno da dove meno se lo aspetta”, avverte il regista. Tra passioni e sospetti, Saleh continua la sua critica dura all’élite politica e religiosa egiziana, già avviata nei suoi film precedenti, “The Nile Hilton Incident” e “Walad Min Al Janna”.

Saleh non nasconde quanto questo racconto sia personale: “George siamo un po’ tutti noi. Recitiamo ruoli che ci vengono imposti. Quando qualcuno ci smaschera, ci sentiamo fragili”. E ammette di riconoscersi nel protagonista: “Probabilmente avrei fatto le stesse scelte”.

Un noir europeo tra Billy Wilder e Hitchcock

Lo stile del film oscilla tra la commedia all’italiana e il noir classico. Saleh cita apertamente “Viale del tramonto” di Billy Wilder come modello, ma anche il cinema europeo degli anni Quaranta e Cinquanta. “Ho pensato a quei registi che hanno vissuto l’orrore del fascismo in Europa e poi sono emigrati negli Stati Uniti”, racconta. “Ci sono tracce anche di ‘Topaz’ di Hitchcock, ma non amo fare film troppo pieni di riferimenti”.

Nel cast, oltre a Fares Fares, spiccano le attrici francesi Zineb Triki e Lyna Khoudri. Amr Waked interpreta invece il Dr. Mansour, braccio destro immaginario del presidente al-Sisi. La scelta degli attori vuole costruire un ponte tra culture diverse, mantenendo uno sguardo critico sull’Egitto di oggi.

Una trilogia che racconta l’Egitto dopo la primavera araba

“Le aquile della Repubblica” chiude idealmente il percorso iniziato da Saleh con i suoi film ambientati al Cairo. Il regista insiste sull’importanza di raccontare un Paese ancora segnato dalle contraddizioni della primavera araba: “Parlare dell’Egitto oggi non è semplice, si rischia la censura o di non essere capiti”, ha detto durante la presentazione a Cannes.

Il film arriva in Italia con la distribuzione di Movies Inspired, con l’obiettivo chiaro di far riflettere sul rapporto tra arte e potere. “Siamo tutti chiamati a recitare una parte”, conclude Saleh. “Ma a volte il prezzo della finzione è davvero alto”.