Un nuovo capitolo per il Washington Post: il ceo si dimette dopo i licenziamenti

Un nuovo capitolo per il Washington Post: il ceo si dimette dopo i licenziamenti

Un nuovo capitolo per il Washington Post: il ceo si dimette dopo i licenziamenti

Matteo Rigamonti

Febbraio 8, 2026

Washington, 8 febbraio 2026 – Will Lewis, amministratore delegato del Washington Post, ha annunciato oggi le sue dimissioni. Una scelta arrivata dopo settimane di tensioni e proteste scatenate dal taglio di circa 300 posti di lavoro nel celebre quotidiano statunitense di proprietà di Jeff Bezos. La notizia è stata confermata dalla redazione con una nota diffusa nel primo pomeriggio, mentre davanti alla storica sede di K Street i dipendenti si radunavano, visibilmente scossi.

Tagli di personale e proteste scuotono il Washington Post

La decisione di Lewis arriva a pochi giorni da un drastico ridimensionamento del personale, che ha coinvolto circa il 30% dei lavoratori. Secondo l’ex CEO, questa misura era indispensabile “per garantire un futuro sostenibile al Washington Post”. La frase, contenuta in una lettera interna, però non ha placato le critiche. Nei corridoi e nelle sale riunioni si respira un’aria tesa, tra sguardi bassi e conversazioni sussurrate. “È una delle giornate più nere nella storia di una delle più grandi testate giornalistiche al mondo”, ha commentato Marty Baron, ex direttore del quotidiano, contattato telefonicamente.

Un mandato breve e difficile per Will Lewis

Will Lewis era arrivato all’inizio del 2024 su invito di Jeff Bezos, con il compito di raddrizzare una situazione complicata, tra perdite economiche e un calo costante di lettori. Il suo arrivo aveva acceso qualche speranza, ma anche timori tra i giornalisti storici del Post. In meno di due anni però la situazione non è migliorata. Fonti interne raccontano che le difficoltà finanziarie si sono aggravate nella seconda metà del 2025, spingendo la proprietà a prendere decisioni dure. “Non c’erano alternative”, avrebbe detto Lewis a pochi collaboratori in una riunione riservata.

Reazioni e clima in redazione

La notizia delle dimissioni ha fatto rapidamente il giro delle redazioni americane. Dentro il Post si respira malumore. Alcuni cronisti hanno raccontato di aver saputo tutto solo grazie a una mail inviata alle 9:30 del mattino. “Non ci aspettavamo un epilogo così veloce”, ha detto un redattore della sezione Esteri, che ha preferito rimanere anonimo. I sindacati dei giornalisti hanno convocato un’assemblea straordinaria per discutere il futuro del lavoro e chiedere garanzie alla proprietà.

Chi prende il posto di Lewis? Jeff D’Onofrio al timone

Al posto di Lewis arriva ora Jeff D’Onofrio, già direttore finanziario del giornale. È una figura considerata vicina a Bezos, con un profilo più tecnico che editoriale. D’Onofrio dovrà guidare il Post in un momento delicato, tra la necessità di aumentare i ricavi digitali e quella di risollevare il morale in redazione. “Ci vuole una guida che sappia ascoltare”, ha detto un ex caporedattore, ricordando come la forza del Washington Post sia sempre stata nella coesione interna, soprattutto nei momenti difficili.

Crisi dell’editoria e sfide digitali

La vicenda del Washington Post fa parte di un quadro più ampio di crisi nell’editoria americana. Negli ultimi cinque anni, secondo la Pew Research Center, oltre 2.500 giornalisti hanno perso il lavoro nei principali quotidiani degli Stati Uniti. Il calo degli abbonamenti cartacei e la concorrenza dei giganti digitali mettono in crisi i vecchi modelli di business. “Il rischio è che si perda la qualità dell’informazione”, ha avvertito Baron, sottolineando come meno risorse possano ridurre la capacità di fare inchieste approfondite.

Bezos tace, il futuro resta incerto

Per ora, Jeff Bezos non ha rilasciato commenti pubblici sulla vicenda. Fonti vicine all’imprenditore dicono che sta valutando nuove strategie per rilanciare il marchio Post sul mercato globale. Intanto, nei corridoi della redazione l’atmosfera è un mix di preoccupazione e attesa. Solo nelle prossime settimane si capirà se la svolta con D’Onofrio riuscirà a riportare stabilità in uno dei simboli del giornalismo americano.