Roma, 10 febbraio 2026 – Marco Bellocchio, uno dei registi più noti del cinema italiano, ha risposto secco alle domande dei giornalisti durante la conferenza stampa di presentazione della serie “Portobello”, in arrivo il 20 febbraio su HBO Max. Poco dopo le 11, nella sala stampa di via Veneto, gli è stato chiesto se c’è un collegamento tra la fiction sul caso Enzo Tortora e il referendum sulla giustizia di fine marzo. La risposta è stata un netto: “Non rispondo!”, con un tono che tradiva un certo fastidio. Dopo una lunga pausa, ha aggiunto: “Questa serie l’abbiamo fatta a prescindere, va giudicata per quello che è. Il referendum lo rispetto, ma non c’entra nulla.”
“Portobello”: la storia di Tortora sullo schermo
La nuova serie, divisa in sei episodi, ha come protagonista Fabrizio Gifuni nei panni del celebre conduttore televisivo. Presentata in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, ripercorre la vicenda giudiziaria che sconvolse Tortora negli anni Ottanta, diventando uno dei simboli della malagiustizia italiana. Le riprese si sono svolte tra Roma e Napoli, con set curati nei minimi dettagli: dal tribunale di piazzale Clodio agli studi Rai di via Teulada.
Bellocchio ha spiegato ai cronisti che l’obiettivo era mostrare “la complessità di un uomo e di un Paese”. “Non volevamo fare un processo alla magistratura”, ha detto, “ma raccontare una storia che ha segnato la memoria collettiva.” Il racconto si snoda tra interrogatori, prime pagine dei giornali e i lunghi silenzi della cella dove Tortora passò più di sette mesi.
Il dibattito sulla coincidenza con il referendum
Il fatto che la serie esca proprio in vista del referendum sulla giustizia ha acceso qualche discussione. Qualcuno ha pensato che la fiction potesse influenzare l’opinione pubblica in vista della consultazione. Ma Bellocchio ha respinto ogni sospetto: “Il calendario delle uscite non dipende da noi. E comunque la storia di Tortora parla da sola.”
A fare chiarezza è intervenuta anche Laura Carafoli, responsabile dei contenuti italiani per HBO Max. “La piattaforma è partita il 13 gennaio,” ha detto, “e questa era la prima serie italiana che volevamo lanciare, in un momento di grandi investimenti. Con le Olimpiadi in corso, era previsto un lancio importante.” Poi ha svelato un dettaglio che ha sorpreso molti: “Il 20 febbraio del 1987 Tortora tornava in onda sulla Rai con la frase ‘Dove eravamo rimasti’. Ci è sembrato un modo giusto per rendere omaggio alla sua storia.”
Attese e reazioni tra i giornalisti
Nel foyer, tra i cronisti e gli addetti ai lavori, si sentiva un certo fermento per l’arrivo di “Portobello”. La figura di Tortora resta ancora oggi controversa. “C’è chi lo vede come una vittima, chi invece pensa che la tv abbia esagerato nel raccontare il suo calvario,” ha commentato un giornalista Rai. La serie promette di riaccendere il dibattito sulla giustizia italiana, anche se – dicono gli autori – senza prendere posizione.
Fabrizio Gifuni, parlando a margine della conferenza, ha confessato: “Interpretare Tortora è stato un viaggio duro. Ho cercato di restituire l’uomo dietro il personaggio pubblico.” Le prime immagini mostrano Gifuni seduto dietro una scrivania piena di carte, con lo sguardo fisso verso una finestra chiusa.
Tortora, una ferita aperta nella storia italiana
Il caso Tortora è uno dei più discussi della storia giudiziaria del Paese. Arrestato nel giugno 1983 con accuse di associazione camorristica e traffico di droga, fu poi assolto con formula piena nel 1987. La sua vicenda ha segnato profondamente il rapporto tra cittadini e istituzioni, lasciando un segno indelebile nella cultura popolare.
La serie arriva in un momento in cui la giustizia è di nuovo al centro del dibattito pubblico. Ma, come hanno ribadito regista e produzione, “Portobello” vuole essere prima di tutto un racconto umano. “Non vogliamo influenzare il voto,” ha chiuso Bellocchio. Solo allora la sala si è sciolta in un applauso breve, quasi trattenuto.
