Scandalo a domicilio: l’inchiesta su Glovo e Foodinho svela il vero costo delle consegne

Scandalo a domicilio: l'inchiesta su Glovo e Foodinho svela il vero costo delle consegne

Scandalo a domicilio: l'inchiesta su Glovo e Foodinho svela il vero costo delle consegne

Matteo Rigamonti

Febbraio 10, 2026

Milano, 10 febbraio 2026 – La Procura di Milano ha messo sotto controllo giudiziario Foodinho srl, la società dietro la piattaforma di consegne Glovo. Secondo il pm Paolo Storari, circa 40.000 ciclofattorini in Italia, di cui 2.000 solo nella zona di Milano, sarebbero vittime di uno sfruttamento sistematico. Una gestione digitale che li lascia senza tutele e con paghe ben al di sotto della soglia di povertà. L’indagine, partita alcuni mesi fa, vuole far luce su una situazione che gli investigatori definiscono un chiaro “rifiuto del rispetto della legge”.

Riders pagati meno della soglia di povertà

Dai documenti dell’inchiesta emerge un quadro duro: i riders di Glovo, molti dei quali arrivati da Pakistan, Bangladesh e Nigeria con permessi di soggiorno instabili, lavorano in media 9-10 ore al giorno, sei giorni su sette. Quanto guadagnano? “Prendo in media 2 euro e 50 centesimi a consegna”, racconta Hassan, uno dei 41 lavoratori ascoltati dalla Procura. “Uso una bici elettrica comprata di tasca mia, faccio tra le 10 e le 15 consegne ogni giorno, a volte anche 25, e percorro tra i 50 e i 60 chilometri. Rimango connesso all’app dalle 10 del mattino alle 10 di sera”. Il reddito netto mensile, secondo le stime degli inquirenti, spesso non supera i 1.245 euro, la soglia di povertà secondo l’Istat.

“Per la piattaforma sono solo un numero”, confida Ahmed. “Se mi rubano la bici o la batteria, spendo tutto io”. Muhammad aggiunge: “Sono sempre tracciato dal gps. Se sono in ritardo, Glovo mi chiama per sapere cosa succede”.

Il controllo giudiziario e le accuse di caporalato

Ora toccherà all’amministratore giudiziario nominato dal Tribunale intervenire su quella che la Procura definisce una situazione voluta e mantenuta da Foodinho srl. L’azienda e il suo amministratore unico spagnolo, Oscar Pierre Miquel, sono indagati per una “politica aziendale che ignora apertamente il rispetto delle regole”, con un’organizzazione giudicata incapace di evitare “sfruttamenti pesanti”. Si parla di caporalato, un reato previsto dall’articolo 603 bis del codice penale.

Il pm Storari ha sottolineato come la piattaforma abbia pagato i lavoratori “fino all’81% in meno rispetto ai contratti collettivi e fino al 76% sotto la soglia di povertà”, approfittando della loro condizione di bisogno. E non solo: gli investigatori hanno scoperto che i dati sui turni venivano cancellati sistematicamente. “Il nostro garante della privacy ci ha detto di eliminare tutti i dati e così abbiamo fatto”, ha ammesso il general manager per l’Italia in un procedimento di lavoro. Alla domanda su chi fosse il responsabile della privacy, la risposta è stata evasiva: “Non ricordo”.

Il mercato delle consegne e i numeri che contano

Il business delle consegne a domicilio in Italia vale quasi 5 miliardi di euro all’anno, tra ristoranti, supermercati e negozi, secondo l’Osservatorio eCommerce B2C Netcomm del Politecnico di Milano. Su uno scontrino medio da 30 euro, circa 21 vanno al ristorante e 9 alla piattaforma. Di questi 9 euro, circa 4 finiscono al rider, altri 4 servono per marketing e gestione, e solo 1 euro resta come guadagno per la piattaforma.

Negli ultimi anni, a seguito di indagini simili, 36 società hanno regolarizzato oltre 52.000 lavoratori, versando più di un miliardo di euro in contributi. Ma nel caso di Glovo-Foodinho, la Procura sostiene che il sistema sia ancora largamente basato su contratti precari e paghe insufficienti.

Le storie dei riders: turni lunghi e nessuna sicurezza

Le testimonianze raccolte dipingono una realtà fatta di turni estenuanti, nessuna protezione e penalità se si arriva in ritardo o si commette un errore. “Se non consegno in tempo vengo penalizzato”, racconta Hassan. “Tutto dipende dall’algoritmo: basta un errore e rischi di restare senza lavoro”.

La Procura sottolinea come la digitalizzazione abbia cambiato il rapporto tra azienda e lavoratore: i ciclofattorini sono formalmente autonomi, ma in realtà sono controllati dall’app. Solo così si capisce perché serva una nuova regolamentazione, con tutele e paghe adeguate, per una categoria che oggi resta ai margini del mercato.

L’inchiesta va avanti. E mentre l’amministratore giudiziario si prepara a intervenire, il tema della gig economy torna a far discutere l’opinione pubblica.