Roma, 11 febbraio 2026 – “Non posso dire con certezza quando la fusione nucleare sarà davvero una fonte di energia su larga scala e a basso costo. Siamo ancora lontani da quel traguardo. Le sfide tecniche sono tante e complesse, impossibile fare una previsione precisa”. Così, nel pomeriggio davanti alle Commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera, Pietro Barbareschi, direttore generale di Iter, ha fatto il punto sulla ricerca in corso. Il consorzio internazionale, attivo da anni sul reattore sperimentale di Cadarache, nel sud della Francia, è uno dei progetti più ambiziosi nel campo dell’energia.
Fusione nucleare, ancora molta strada da fare
Chiamato a riferire nell’ambito del disegno di legge quadro sul nucleare in discussione a Montecitorio, Barbareschi non ha nascosto le difficoltà che ancora dividono la ricerca dalla realizzazione di un impianto funzionante e sostenibile. “La fusione nucleare potrà dare un contributo economico solo nel lungo periodo”, ha detto chiaramente, sottolineando quanto il cammino sia ancora lungo. Nonostante tutto, la comunità scientifica mondiale continua a investire risorse e competenze per provare a replicare sulla Terra quel processo che alimenta le stelle.
Il progetto Iter – acronimo di International Thermonuclear Experimental Reactor – coinvolge Unione Europea, Stati Uniti, Russia, Cina, Giappone, India e Corea del Sud. A Cadarache, nel dipartimento delle Bocche del Rodano, i lavori vanno avanti tra ritardi e ricalcoli dei costi. Secondo le ultime stime ufficiali, il primo plasma – cioè l’avvio della reazione – è previsto non prima del 2035. Ma produrre energia elettrica su scala industriale è un traguardo ancora più lontano.
Le sfide tecniche che frenano la fusione
“Le difficoltà tecniche sono tali che non posso fare una previsione”, ha ammesso Barbareschi davanti ai deputati. Il problema principale riguarda il contenimento del plasma a temperature altissime – oltre 100 milioni di gradi Celsius – e la gestione dei materiali che devono resistere a condizioni estreme. Solo superando questi ostacoli la fusione potrà diventare una fonte affidabile e competitiva.
Nel frattempo, in Italia il dibattito sul nucleare si concentra soprattutto sulle tecnologie già collaudate. “Credo sia saggio puntare nel breve e medio periodo sulle tecnologie nucleari già consolidate”, ha aggiunto Barbareschi. Un messaggio chiaro al Parlamento: la transizione energetica ha bisogno di soluzioni concrete e immediate, senza abbandonare però la ricerca a lungo termine.
Il quadro internazionale e le sfide per l’Italia
La posizione di Iter rispecchia quella di molti esperti nel settore. In Europa, la discussione sul nucleare tradizionale si intreccia con le sfide della decarbonizzazione e della sicurezza energetica. La Francia punta sul rinnovo del proprio parco reattori, mentre la Germania ha deciso di uscire definitivamente dal nucleare.
In Italia, il disegno di legge quadro in esame alla Camera vuole mettere ordine nella normativa per un possibile ritorno dell’energia atomica. Ma la questione resta molto divisiva: da una parte chi vede nel nucleare una risposta alle crisi energetiche, dall’altra chi teme i rischi legati alla sicurezza e allo smaltimento delle scorie.
Iter e il futuro della fusione nucleare
Il progetto Iter resta comunque una delle scommesse tecnologiche più importanti degli ultimi decenni. Se la fusione nucleare dovesse diventare realtà – e non solo un sogno degli scienziati – potrebbe cambiare per sempre il settore energetico mondiale. “Siamo ancora lontani da questo traguardo”, ha ribadito Barbareschi, lasciando intendere che serviranno ancora anni di lavoro e investimenti.
Per ora la fusione resta una promessa. Una promessa che affascina governi e industrie ma che, come ha ricordato oggi il direttore generale di Iter, richiede pazienza e realismo. Nel frattempo, l’Italia dovrà scegliere se e come puntare sulle tecnologie nucleari già pronte, senza mai perdere di vista l’obiettivo della ricerca più avanzata.
