Un appello urgente: sciogliere Casapound e avviare gli sgomberi secondo Pd, M5s e Avs

Un appello urgente: sciogliere Casapound e avviare gli sgomberi secondo Pd, M5s e Avs

Un appello urgente: sciogliere Casapound e avviare gli sgomberi secondo Pd, M5s e Avs

Matteo Rigamonti

Febbraio 12, 2026

Roma, 12 febbraio 2026 – Oggi pomeriggio alla Camera è scoppiato un acceso dibattito dopo la sentenza del Tribunale di Bari che ha condannato 12 militanti baresi di CasaPound per reati legati alla riorganizzazione del partito fascista ormai sciolto, oltre a manifestazioni di stampo fascista. A loro sono stati tolti i diritti politici per cinque anni. La decisione ha riacceso la richiesta di scioglimento e sgombero dell’organizzazione, con domande dirette al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Sentenza di Bari, la bufera in Parlamento

Il Tribunale di Bari ha emesso la sentenza ieri mattina, condannando dodici membri locali di CasaPound. I giudici hanno ricostruito come quei militanti abbiano promosso attività per riorganizzare il partito fascista, violando la legge Scelba del 1952. Oltre alla condanna, hanno disposto la sospensione dei diritti politici per cinque anni. Per molti, questa sentenza segna un punto fermo sull’identità dell’organizzazione.

In Aula, Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra ha chiesto un’informativa urgente al ministro Piantedosi. “CasaPound è un gruppo neofascista che occupa uno stabile a Roma. Perché non viene sgomberato subito? E perché non viene sciolto?”, ha incalzato Bonelli, riportando l’attenzione sul palazzo occupato in via Napoleone III, nel quartiere Esquilino.

Scioglimento e sgombero, la pressione cresce

A sostenere Bonelli è arrivato anche Roberto Morassut del Partito Democratico. “La sentenza chiarisce una volta per tutte chi è questa organizzazione”, ha detto Morassut. “Da oggi CasaPound è formalmente illegale, fuori dalla Costituzione. Il fascismo non è un’opinione, è un crimine. Si sciolga e si sgomberi da Roma”.

Anche Alfonso Colucci del Movimento 5 Stelle si è unito al coro. “Non ci sono più dubbi, CasaPound è un’organizzazione neofascista”, ha affermato. “Chiediamo lo scioglimento e lo sgombero immediati del palazzo occupato abusivamente. Cosa aspetta il ministro Piantedosi? E la premier Meloni?”, ha incalzato.

Il nodo dello stabile occupato a Roma

Il palazzo di via Napoleone III, nel cuore di Roma, è nelle mani di CasaPound dal 2003. Nel tempo è diventato il simbolo dell’organizzazione, ma anche un continuo motivo di scontro politico. Secondo il Comune, l’immobile pubblico è occupato senza titolo da oltre vent’anni. Diverse amministrazioni hanno provato a sgomberarlo, senza successo.

La questione torna spesso sotto i riflettori, soprattutto dopo episodi di cronaca o sentenze come quella di Bari. “Non si può più aspettare”, ha detto Bonelli ai giornalisti fuori dall’Aula. “La legge va fatta rispettare”.

Governo in silenzio, ma dossier aperto

Dal Viminale ancora nessuna risposta ufficiale alle richieste delle opposizioni. Fonti vicine a Piantedosi assicurano che il dossier su CasaPound è aperto, ma ogni decisione sarà presa “nel rispetto delle procedure di legge”. Nessun commento nemmeno dalla premier Meloni.

Secondo alcuni esperti parlamentari, la sentenza di Bari potrebbe aprire la strada a nuove azioni giudiziarie o amministrative contro l’organizzazione. Però, lo scioglimento formale resta una strada difficile: serve un provvedimento motivato del Consiglio dei Ministri su proposta del ministro dell’Interno, come prevede la legge.

Società civile mobilitata, il dibattito non si ferma

Intanto, associazioni antifasciste e gruppi della società civile hanno rilanciato la mobilitazione per chiedere sgombero e scioglimento di CasaPound. Sui social si moltiplicano gli appelli. A piazza dell’Esquilino alcuni cittadini hanno esposto striscioni con la scritta: “Fuori i fascisti da Roma”.

Il dibattito resta aperto. Finché non arriverà una risposta ufficiale dal governo, le opposizioni promettono nuove iniziative parlamentari. La vicenda di via Napoleone III torna così a mettere in discussione il rapporto tra memoria storica, legalità e convivenza democratica nel nostro Paese.