Roma, 13 febbraio 2026 – Nel cuore di un’Unione Sovietica del 1937, dove i corridoi dei ministeri sono sorvegliati da guardie immobili e ogni porta sembra chiudersi su un clima di diffidenza, Sergei Loznitsa torna in sala dal 12 febbraio con Lucky Red, portando sul grande schermo il suo ultimo lavoro: “Due Procuratori”. Ispirato a un racconto di Georgi Demidov e presentato in concorso a Cannes, il film si addentra nelle tenebre delle purghe staliniane, narrando una storia che oscilla tra potere, ingenuità e una giustizia che sembra un miraggio.
Un clima di sospetto che soffoca ogni gesto
Negli anni bui delle purghe, l’Unione Sovietica è un luogo dove ogni movimento è controllato. Le lettere dei prigionieri, spesso accusati senza alcuna prova, finiscono bruciate nelle celle dell’NKVD. Ma una, quasi per caso, sfugge a quel destino e arriva sulla scrivania di Alexander Kornev (Alexander Kuznetsov), un giovane procuratore appena nominato. Kornev è un idealista, cresciuto con i valori del bolscevismo e convinto che la giustizia socialista esista davvero. Ma la realtà che lo circonda è ben diversa. “A quei tempi la gente viveva in un mondo completamente diverso, di totale ignoranza”, ha raccontato Loznitsa a La Nuova Europa.
La lettera che smuove le certezze
La storia prende vita quando Kornev legge quella lettera e, incontrando il prigioniero in una cella malandata dell’NKVD, si convince della sua innocenza. “Gli sembra di capire, ma in realtà non capisce”, riflette il regista. Spinto da quella convinzione, il giovane procuratore parte per Mosca, deciso a portare il caso davanti al Procuratore generale. L’attesa nella sala affollata e silenziosa, il breve incontro con il potente funzionario del partito: tutto si svolge in un’atmosfera carica di tensione, dove la speranza di giustizia si scontra con la fredda logica dello Stato totalitario.
Quando la giustizia è solo un’illusione
“Giustizia socialista? Non esisteva”, dice Loznitsa senza mezzi termini. In quegli anni, tra diritto e potere c’era un abisso. Kornev si muove in un mondo che crede di conoscere, ma che gli è del tutto estraneo. E proprio questa ignoranza – la sua e quella degli altri – diventa il motore tragico della vicenda. “Cercando di fare del bene – spiega il regista ucraino – decide la sorte del suo possibile salvatore. È una delle tragedie più profonde dell’essere umano: non capire dove si trova”.
La messa in scena della repressione
Nel film emerge anche la teatralità della repressione staliniana. Loznitsa racconta come, allora, si inventassero metodi elaborati per portare le vittime fino alle porte del carcere. “Era una sorta di teatro della sofferenza, un rituale crudele”, osserva il regista. Non bastava arrestare e uccidere: serviva mettere in scena il dolore, spezzare l’uomo prima ancora di eliminarlo. “Ai carnefici di Stalin non bastava arrivare, arrestare e uccidere – conclude Loznitsa – dentro di loro c’era qualcosa di davvero infernale”.
Un film che parla al presente
“Due Procuratori” si aggiunge alla filmografia di Loznitsa come un nuovo capitolo sulla relazione tra individuo e potere. Dopo “Donbass”, il regista ucraino torna a indagare la violenza di Stato e la difficoltà di distinguere il bene dal male in un mondo dominato dalla paura. La storia di Kornev – giovane, ingenuo, forse troppo fiducioso – diventa il simbolo di un’intera generazione schiacciata dagli ingranaggi della storia.
Il film arriva in Italia mentre l’Europa riflette sui temi della memoria e della giustizia negata. Un racconto ambientato nel passato, ma che risuona ancora oggi con domande scomode: chi decide davvero cosa sia giusto? E quanto si paga per cercare la verità in un mondo costruito sul sospetto?
