Militanti di Casapound condannati per riorganizzazione del fascismo a Bari

Militanti di Casapound condannati per riorganizzazione del fascismo a Bari

Militanti di Casapound condannati per riorganizzazione del fascismo a Bari

Matteo Rigamonti

Febbraio 13, 2026

Bari, 13 febbraio 2026 – Ieri il Tribunale di Bari ha condannato dodici militanti baresi di CasaPound per aver cercato di riorganizzare il partito fascista, ormai sciolto, e per la loro partecipazione a una manifestazione fascista. Per loro anche la sospensione dei diritti politici per cinque anni. La sentenza, arrivata quasi otto anni dopo i fatti, riguarda l’aggressione avvenuta il 21 settembre 2018 nel quartiere Libertà, quando alcuni antifascisti, di ritorno da un corteo, furono aggrediti.

Condanne pesanti e accuse precise

Il giudice ha stabilito pene diverse: cinque imputati dovranno scontare 1 anno e 6 mesi, mentre gli altri sette sono stati condannati a 2 anni e 6 mesi. A questi ultimi, oltre all’accusa di riorganizzazione del partito fascista, è stato contestato anche il reato di lesioni personali. La sentenza prevede pure il risarcimento per le parti civili coinvolte, tra cui spiccano Rifondazione Comunista, Anpi, Regione Puglia e il Comune di Bari.

L’aggressione nel quartiere Libertà: cosa è successo

Era il pomeriggio del 21 settembre 2018. Il quartiere Libertà era attraversato da un corteo antifascista, organizzato a pochi giorni dalla visita a Bari dell’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Alla fine della manifestazione, alcuni partecipanti – tra cui l’assistente dell’eurodeputata Eleonora Forenza, Antonio Perillo, e il candidato alle politiche Claudio Riccio – furono aggrediti vicino alla sede di CasaPound.

Le ricostruzioni della polizia e le testimonianze in aula raccontano di Perillo ferito alla testa e portato d’urgenza al pronto soccorso della clinica Mater Dei. Riccio, di Sinistra Italiana, rimase coinvolto nella colluttazione. “È stato un agguato squadrista”, aveva detto Perillo ai giornalisti poche ore dopo. I militanti di CasaPound, invece, hanno sempre sostenuto di aver reagito a insulti ricevuti poco prima.

Tra tensione e sicurezza, la dinamica dei fatti

Quel giorno la tensione si respirava già dalle prime ore del pomeriggio. Intorno alla sede di CasaPound, la polizia aveva schierato diverse camionette per evitare scontri. Intorno alle 18.30, il corteo antifascista è stato deviato su un percorso alternativo per impedire il passaggio davanti alla sede del movimento di estrema destra.

Eppure, l’aggressione è avvenuta a manifestazione conclusa. I feriti stavano tornando a casa, divisi in piccoli gruppi, quando alcuni militanti avrebbero atteso i manifestanti in una via laterale, colpendoli con calci e pugni. “Non c’è stata alcuna provocazione”, ha ribadito Riccio durante il processo. Gli imputati hanno mantenuto la loro versione: “Abbiamo reagito a insulti e minacce”.

Sentenza accolta con favore, ma si va in appello

Le parti civili hanno accolto con soddisfazione la sentenza. “Un segnale forte contro ogni tentativo di riorganizzazione fascista”, ha detto il legale dell’Anpi, presente in aula insieme a rappresentanti delle altre associazioni. Anche Regione Puglia e Comune di Bari hanno espresso apprezzamento per la decisione dei giudici.

Dall’altra parte, nessuna dichiarazione ufficiale da parte dei difensori degli imputati, che hanno annunciato il ricorso in appello. “Non condividiamo la ricostruzione dei fatti”, ha detto uno degli avvocati all’uscita dal tribunale. Il processo, iniziato nel 2020, ha visto decine di testimoni e numerosi filmati delle telecamere di sorveglianza.

Il ricordo vivo di una battaglia contro il fascismo

L’aggressione del 2018 aveva acceso un dibattito acceso sui movimenti neofascisti in città e sull’importanza di difendere la memoria antifascista. Nei giorni dopo l’episodio, molte associazioni avevano promosso presidi e iniziative a Bari. “Non si può abbassare la guardia”, aveva avvertito Eleonora Forenza in una nota.

Con questa sentenza, il Tribunale di Bari ha voluto ribadire – come spiegato nelle motivazioni – il valore centrale della Costituzione e il divieto assoluto di riorganizzare il partito fascista. Un messaggio chiaro, che riguarda “tutta la comunità democratica”, come hanno sottolineato i giudici.