No Good Men: la Berlinale 2026 celebra il potere femminile

No Good Men: la Berlinale 2026 celebra il potere femminile

No Good Men: la Berlinale 2026 celebra il potere femminile

Giada Liguori

Febbraio 13, 2026

Berlino, 13 febbraio 2026 – La Berlinale 2026 si apre questa sera all’insegna della politica e delle donne, con l’anteprima mondiale fuori concorso di “No Good Men”, il terzo lungometraggio della regista afghana Shahrbanoo Sadat. Alle 19.30, nella storica sala del Berlinale Palast, sarà proiettato un film che racconta la storia di Naru – interpretata dalla stessa Sadat – l’unica cameraman donna di Kabul Tv, convinta che in Afghanistan non esistano uomini buoni. Un inizio netto, che la regista ha spiegato così davanti ai giornalisti: “Oggi ci sono più uomini buoni, quelli che non abusano dei privilegi patriarcali e sostengono le donne. Ma è difficile esserlo, in una società come la nostra”.

Donne e politica: la Berlinale apre con forza

Non è un caso che la 76esima edizione della Berlinale parta con un film diretto e interpretato da una donna afghana. La direttrice del festival, Tricia Tuttle, lo aveva già anticipato durante la presentazione del programma: “Shahrbanoo Sadat è una delle voci più fresche e potenti del cinema mondiale. ‘No Good Men’ mantiene le promesse dei suoi primi due film, continuando a raccontare la vita delle donne afghane”. Tuttle ha sottolineato come la storia, ispirata a fatti reali e girata in condizioni difficili, rappresenti “un’apertura importante per il nostro Gala”.

La trama: realtà e autobiografia che si intrecciano

Il film segue Naru, cameraman solitaria e disillusa, assunta dal reporter Qodrat – interpretato da Anwar Hashimi, autore della storia – poco prima del ritorno dei talebani a Kabul. Da quel momento, la protagonista inizia a mettere in discussione le sue certezze sugli uomini. “Oggi è davvero difficile essere uomini buoni in una società patriarcale”, spiega Sadat. “Vengono maltrattati, presi in giro, la loro mascolinità messa in discussione. Io invece dico loro: vi vedo, vi ammiro e vi rispetto”.

Dietro il personaggio di Qodrat c’è un riferimento personale: “Ho lavorato con Anwar in tv nello stesso periodo”, racconta la regista. “Io facevo un programma di cucina che odiavo, ma il mio capo credeva che ‘donne e cucina’ fossero inseparabili. Anwar invece era al telegiornale. Ci incontravamo in mensa. È stato il mio primo ‘uomo buono’”.

Resistenza femminile al centro del racconto

Sadat non nasconde le difficoltà delle donne afghane. “Una delle cose paradossalmente positive in una società patriarcale”, dice con tono amaro, “è che rende le donne più forti. A Kabul ho incontrato casalinghe senza istruzione, mai andate a scuola, ma coraggiose e determinate. Pensavo: ‘Siete voi a difendere i miei diritti’”. Un messaggio che attraversa tutto il film, tra dialoghi essenziali e momenti di amaro umorismo.

Un progetto internazionale e un record di registe

“No Good Men” è una coproduzione tra Germania, Francia, Norvegia, Danimarca e Afghanistan. Il film segue i precedenti lavori di Sadat – “Wolf and Sheep” (2016) e “Parwareshgah” (The Orphanage, 2019) – entrambi presentati a Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs. È anche il terzo di una serie di cinque film basati sugli scritti autobiografici di Hashimi.

Quest’anno la Berlinale fa segnare un altro traguardo: il quaranta per cento dei film in programma è diretto da donne. Mai era successo prima nella storia del festival. “Abbiamo voluto dare spazio a voci nuove, spesso poco ascoltate”, ha detto Tuttle durante la conferenza stampa di apertura.

Tra attese e emozioni la serata inaugurale

A Berlino si respira aria di festa. Davanti al Palast, già nel pomeriggio, si sono radunati curiosi e addetti ai lavori. Alcuni studenti afghani – riconoscibili dalle bandiere sulle spalle – dicono di sentirsi finalmente rappresentati. “Finalmente si parla di noi senza pietismo”, racconta una ragazza arrivata da Francoforte.

La proiezione di stasera dà il via a dieci giorni di cinema internazionale, dibattiti e incontri. Ma il messaggio della Berlinale è chiaro: quest’anno lo sguardo è puntato sulle donne e sulle storie che resistono, anche quando tutto sembra perduto.