New York, 14 febbraio 2026 – Il prezzo del petrolio tiene botta a New York, dove stamattina ha segnato un timido rialzo dello 0,05%, fermandosi a 62,87 dollari al barile. Un movimento quasi impercettibile che racconta la prudenza degli operatori, in un mercato ancora alle prese con tensioni geopolitiche e dati economici che non dicono una sola cosa chiara.
Petrolio, mercati in stand-by: scambi tranquilli e attesa palpabile
Fin dall’apertura, il West Texas Intermediate (WTI) ha mostrato una volatilità contenuta. Gli scambi sono rimasti su livelli normali, senza picchi evidenti, mentre gli investitori hanno preferito restare alla finestra, in attesa di segnali più netti sia dall’economia globale che dal fronte internazionale. “Il mercato sembra fermo, in attesa di capire da che parte andranno le cose nei prossimi mesi”, ha commentato al telefono James O’Connor, analista di Energy Markets a Manhattan, poco dopo l’inizio delle contrattazioni.
Secondo i dati raccolti da Bloomberg alle 10:30 ora locale, il prezzo si è mosso in un range molto stretto, tra 62,70 e 62,95 dollari. Nessuna scossa, insomma. Una situazione che, a detta di molti operatori, è il risultato della cautela degli acquirenti e della mancanza di novità in grado di muovere davvero il mercato.
Occhi puntati su Medio Oriente e OPEC+: nessun colpo di scena
Gli investitori seguono con attenzione quello che succede in Medio Oriente e le trattative tra i grandi produttori di petrolio. Le recenti dichiarazioni dell’OPEC+ – il gruppo che riunisce i Paesi esportatori insieme ad alcuni alleati come la Russia – non hanno avuto effetti immediati sui prezzi. “Per ora non si vedono segnali di tagli o aumenti importanti nella produzione”, ha confidato un trader della NYMEX che ha preferito mantenere l’anonimato.
Sul fronte domanda, i dati pubblicati ieri dall’Energy Information Administration (EIA) mostrano un leggero aumento delle scorte negli Stati Uniti, ma niente di diverso da quanto previsto dagli analisti. “Il mercato ha già fatto i conti con questi numeri”, ha spiegato O’Connor, “serve qualcosa di più forte per cambiare la rotta”.
Inflazione e Fed: il freno sui prezzi delle materie prime
A tenere sotto controllo il mercato c’è anche il nodo dei tassi d’interesse negli Stati Uniti. La Federal Reserve, come ha ribadito il presidente Jerome Powell, non sembra pronta a cambiare la sua politica nel breve periodo. Questo tiene a bada l’inflazione e limita le pressioni sui prezzi delle materie prime.
“Finché non arriveranno segnali chiari dalla Fed o dati economici fuori dall’ordinario, è difficile aspettarsi movimenti importanti sul petrolio”, ha aggiunto O’Connor. Nel frattempo, anche il dollaro resta stabile rispetto alle altre valute, contribuendo a mantenere più o meno invariato il costo delle importazioni energetiche per gli Usa.
Cosa aspettarsi nelle prossime settimane
Ora gli occhi sono puntati sui prossimi appuntamenti chiave: il vertice OPEC+ di fine mese e i nuovi dati sulla produzione industriale cinese. Due fattori decisivi che potrebbero cambiare la domanda globale e, di conseguenza, i prezzi del greggio. “Se la Cina dovesse dare segnali di ripresa più forti del previsto, potremmo vedere un rialzo dei prezzi”, ha ammesso un broker della Morgan Stanley Commodities.
Per ora, però, il mercato resta cauto. Gli scambi procedono su ritmi regolari, con pochi ordini fuori dal comune e una sensazione generale di attesa. “Siamo in una fase di pausa”, ha concluso O’Connor, “solo notizie importanti potranno rompere questo equilibrio”.
Petrolio stabile, ma occhi aperti per i prossimi sviluppi
In sintesi, la giornata a New York si è chiusa con una sostanziale stabilità per il petrolio, che resta ancorato a 62,87 dollari al barile. Gli operatori restano pronti a muoversi al primo segnale forte, sia dal fronte geopolitico che da quello economico. Per ora, la parola d’ordine è prudenza.
