Roma, 14 febbraio 2026 – Si riaccende il dibattito sulla riforma del reato di violenza sessuale in tutta Italia, mentre domani sono in programma manifestazioni in diverse città, da Bari a Torino. Al centro della protesta c’è il nuovo ddl Bongiorno, che cambia l’articolo 609 bis del codice penale: la violenza sessuale non si baserà più sul “consenso libero e attuale”, ma su un “atto compiuto contro la volontà della persona”. Una modifica che, secondo molte donne e chi lavora nei centri antiviolenza, rischia di rendere più difficile presentare denuncia.
Francesca: “Con questa legge sarà più difficile denunciare”
Francesca – nome di fantasia, ha circa 40 anni, una professione stabile, e fa volontariato nei Centri antiviolenza della provincia di Foggia – racconta la sua esperienza all’ANSA. Tre anni fa, dopo una festa tra amici, uno di loro si offrì di accompagnarla a casa. “Avevamo bevuto entrambi”, ricorda. “So solo che lui voleva un rapporto sessuale. All’inizio dissi sì, poi più volte ho detto no”. Francesca descrive un momento in cui il suo rifiuto era chiaro, ma non rispettato: “Mi spinse sul letto, ci fu una forzatura e lui riuscì a ottenere quello che voleva contro la mia volontà, ma poi riuscii a mandarlo via. Fui stuprata”. Al risveglio aveva lividi sulle braccia. Non denunciò: “Temevo di non essere creduta, visto che avevo bevuto. Anche se il mio ‘no’, lo ricordo bene, era molto chiaro”.
Oggi, con il ddl Bongiorno, Francesca teme che molte donne avranno ancora meno coraggio di rivolgersi alle autorità. “Sarà un passo indietro enorme”, dice. Domani parteciperà alle manifestazioni in Puglia e in altre città italiane.
Cosa cambia davvero con il ddl Bongiorno
Il ddl Bongiorno – spiegano chi protesta – sostituisce la frase “consenso libero e attuale” con “atto compiuto contro la volontà della persona”. Un cambio che, secondo chi lavora ogni giorno con le vittime, rischia di spostare la responsabilità sulla persona offesa. Daniela Gentile, avvocata e coordinatrice del Centro antiviolenza Rinascita Donna, spiega: “Uniformarsi al modello tedesco ha reso ancora più vaga la definizione di consenso. Anzi, ha creato un’inversione dell’onere della prova, mettendo sulle spalle della vittima, che già spesso viene messa sotto pressione, il compito di dimostrare di aver detto no”.
Per Gentile, il rischio concreto è che le donne debbano provare non solo l’assenza di consenso, ma anche di aver opposto una resistenza chiara e documentabile. “Quello che fa più male – aggiunge – è che chi lavora nei Centri antiviolenza viene ancora una volta ignorato quando si costruiscono le leggi”.
Le preoccupazioni nei centri antiviolenza e tra le attiviste
Nelle ultime settimane, nei centri antiviolenza della Puglia e non solo, si respira molta preoccupazione. Operatrici e volontarie raccolgono timori crescenti: “Il codice rosso aveva acceso i riflettori sul problema, facendo aumentare di molto le denunce”, sottolinea Francesca. “Con questa legge, lo stigma per le donne sarà ancora più pesante”. Nei colloqui quotidiani emergono dubbi sulla capacità delle nuove norme di proteggere davvero chi denuncia.
Le manifestazioni di domani – da Bari a Roma, passando per Milano e Napoli – sono state organizzate da reti femministe e associazioni che chiedono al Parlamento di rivedere il testo. In piazza ci saranno anche avvocate, psicologhe e operatori sociali. Alcune porteranno cartelli con slogan come “Il mio no deve bastare” o “Non toccate il consenso”.
Un tema spinoso: tra legge e società
Il dibattito resta acceso anche tra giuristi e politici. Chi appoggia la riforma parla di maggiore chiarezza e allineamento agli standard europei; chi la critica teme un ritorno a un’epoca in cui la parola delle vittime pesa meno. Intanto, nei tribunali italiani si attendono i primi casi che metteranno alla prova la nuova norma.
Per molte donne come Francesca, però, il problema resta molto concreto: “Non ho denunciato perché temevo di non essere creduta”, ripete. Ora ha paura che altre possano trovarsi nella stessa situazione. Domani proverà a farsi sentire in piazza, insieme a tante altre.
