Roma, 17 febbraio 2026 – Il Ministero dell’Interno dovrà pagare 18 mila euro di risarcimento a un cittadino pakistano respinto dall’Italia verso la Slovenia e poi in Bosnia nel 2018. La decisione arriva dopo quasi otto anni e riconosce una violazione dei diritti fondamentali dell’uomo. A firmarla è stata la giudice Damiana Colla, della 18ª sezione civile del Tribunale di Roma, in un contesto di sentenze che mettono sotto esame le pratiche di respingimento alle frontiere orientali.
Respinto e lasciato ai margini: la sentenza che fa rumore
Gli atti raccontano di un migrante pakistano arrivato in Italia nel 2018, seguendo la rotta balcanica. Fermato vicino al confine, era stato subito respinto verso la Slovenia con una procedura chiamata “riproposizione”. Ma da lì la situazione si era complicata: dopo aver firmato i documenti per chiedere asilo in Slovenia, era stato trasferito in Bosnia, dove aveva vissuto mesi in condizioni molto dure.
Il Viminale ha difeso la propria posizione, sostenendo che la procedura era legittima, basandosi su un accordo con la Slovenia che permette la riammissione informale quando si intercettano migranti “vicino nel tempo e nello spazio” al confine. Ma la giudice Colla ha respinto questa tesi, ritenendo che in questo caso si sia violato il diritto d’asilo e che l’uomo abbia subito un trattamento inumano, come stabilisce la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Non è un caso isolato: altri risarcimenti per respingimenti illegittimi
Questo episodio si inserisce in una serie. Pochi mesi fa, lo stesso tribunale aveva riconosciuto un risarcimento di 700 euro a un migrante trattenuto nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) in Albania, sempre per violazioni legate ai respingimenti. In entrambe le sentenze, i giudici hanno sottolineato come il diritto d’asilo debba essere garantito senza ritardi o intoppi.
“La più alta forma di protezione internazionale”, ha spiegato Colla, riferendosi allo status di rifugiato riconosciuto al cittadino pakistano dopo il suo ritorno in Italia nel 2021. Solo allora l’uomo ha potuto avviare la procedura d’asilo e ottenere la protezione prevista dalle leggi europee e italiane.
Il Viminale sotto pressione: tra critiche e possibili cambiamenti
La sentenza arriva in un momento delicato per la gestione dei flussi migratori lungo la rotta balcanica. Fonti del Ministero dell’Interno assicurano che le pratiche di riammissione sono state sempre fatte “nel rispetto degli accordi internazionali”. Ma le recenti sentenze spingono a riflettere sulle modalità con cui queste operazioni vengono messe in pratica.
Organizzazioni come Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) hanno accolto con favore la decisione, definendola “un passo avanti nella tutela dei diritti dei migranti”. “Questi pronunciamenti – ha commentato un legale dell’associazione – mostrano che le pratiche informali possono avere conseguenze pesanti sia per le persone coinvolte sia per lo Stato”.
Dal respingimento al riconoscimento: la lunga strada del migrante
Dopo il respingimento in Bosnia, il cittadino pakistano ha vissuto per circa tre anni tra campi profughi e sistemazioni precarie. Solo nel 2021 è riuscito a rientrare in Italia, dove ha presentato di nuovo domanda d’asilo. La commissione territoriale gli ha riconosciuto lo status di rifugiato, confermando la fondatezza della richiesta di protezione.
Il risarcimento di 18 mila euro tiene conto del ritardo nell’accesso alla procedura d’asilo e delle condizioni difficili subite durante il periodo trascorso fuori dall’Italia. “È una cifra simbolica ma importante”, ha detto uno degli avvocati, “che riconosce il danno umano e giuridico subito dal nostro assistito”.
Cosa succederà adesso?
La sentenza della giudice Colla potrebbe aprire la strada a nuovi ricorsi da parte di altri migranti respinti lungo la frontiera orientale. Secondo alcuni esperti, il Viminale dovrà rivedere le sue procedure per evitare altre condanne e garantire il rispetto delle norme internazionali.
Resta da vedere se il Ministero dell’Interno presenterà appello o accetterà il verdetto. Intanto, questa vicenda riapre il dibattito sulla gestione dei confini e sulla tutela dei diritti fondamentali di chi cerca protezione in Italia.
