New York, 18 febbraio 2026 – Il prezzo del petrolio ha segnato ieri una leggera discesa a New York, chiudendo a 62,45 dollari al barile, in calo dello 0,70%. Dietro questo movimento ci sono diversi fattori, sia internazionali che legati agli Stati Uniti, in un mercato ancora incerto, tra tensioni geopolitiche e fluttuazioni della domanda globale.
Cosa ha spinto il prezzo a scendere
La giornata di lunedì è partita con prudenza tra gli investitori. Le contrattazioni iniziali sono state tranquille, con scambi nella media delle ultime settimane. Poi, intorno alle 14 ora locale, il prezzo ha iniziato a scendere più decisamente. Secondo alcuni esperti di Goldman Sachs, il calo si deve soprattutto alle nuove stime al ribasso sulla crescita economica cinese, annunciate dal governo di Pechino. “La domanda asiatica resta un elemento chiave per il mercato”, ha commentato un trader di Wall Street.
Scorte Usa in aumento e tensioni internazionali sullo sfondo
Un altro elemento che ha influito sul prezzo è il dato sulle scorte di petrolio negli Stati Uniti. L’Energy Information Administration (EIA) ha comunicato un aumento di circa 2,1 milioni di barili rispetto alla settimana precedente. Un dato inatteso, che ha sorpreso gli operatori e frenato le aspettative di un rialzo nel breve periodo. “Scorte più alte indicano una domanda interna meno robusta”, ha spiegato Mark Evans, analista energetico.
Sul piano internazionale, restano vive le tensioni tra alcuni paesi produttori dell’OPEC+ e le preoccupazioni per la stabilità dei flussi dal Medio Oriente. Ieri però non si sono registrate novità importanti. Gli occhi restano puntati su Iran e Libia, ma senza segnali concreti di escalation.
Cosa significa per i mercati e le aziende del settore
Il prezzo di chiusura a 62,45 dollari al barile è a metà strada rispetto ai picchi di qualche settimana fa, quando si superavano i 65 dollari. Alcune grandi aziende energetiche hanno risentito del calo: ExxonMobil ha perso lo 0,4%, Chevron lo 0,6%. “Il settore resta molto sensibile anche a piccoli movimenti del prezzo”, ha confermato una fonte di JP Morgan.
Per i consumatori americani, il calo potrebbe portare a una leggera riduzione del prezzo alla pompa nei prossimi giorni. Ma, avvertono le associazioni dei distributori, l’effetto sarà limitato e non immediato. “I prezzi del carburante spesso reagiscono con ritardo alle variazioni del petrolio”, ha detto un portavoce della National Association of Convenience Stores.
Cosa aspettarsi nelle prossime settimane
Gli analisti restano cauti. Le previsioni di Morgan Stanley indicano che i prezzi potrebbero restare stabili tra i 60 e i 65 dollari al barile almeno fino alla fine del primo trimestre. Molto dipenderà dalla domanda globale, in particolare quella cinese, e dalle scelte dell’OPEC+ sulla produzione. “Il mercato è fragile e può cambiare direzione in fretta”, ha ammesso un operatore di New York.
Intanto, il Dipartimento dell’Energia Usa ha confermato che non ci saranno cambiamenti nelle politiche sulle riserve strategiche, puntando a mantenere un po’ di stabilità in un momento ancora pieno di incognite.
Le reazioni degli operatori
Tra chi lavora nel settore prevale la prudenza. “Non c’è panico, ma nemmeno euforia”, ha detto un broker di Fifth Avenue. Molti guardano già alle riunioni dell’OPEC+ di marzo, viste come un possibile punto di svolta per i prezzi nel secondo trimestre.
In sintesi, ieri a New York il mercato del petrolio ha mostrato chiaramente di essere in un equilibrio delicato, sospeso tra spinte opposte e attento a ogni segnale dai grandi protagonisti globali.
