Katz: l’IDF si stabilisce permanentemente nella zona di sicurezza a Gaza

Katz: l'IDF si stabilisce permanentemente nella zona di sicurezza a Gaza

Katz: l'IDF si stabilisce permanentemente nella zona di sicurezza a Gaza

Matteo Rigamonti

Febbraio 19, 2026

Tel Aviv, 19 febbraio 2026 – “L’Idf resterà per sempre nella zona di sicurezza a Gaza“. Così il ministro della Difesa, Israel Katz, ha chiuso il suo discorso durante la cerimonia di fine corso ufficiali a Tel Aviv, confermando senza mezzi termini la linea dura del governo israeliano sull’enclave palestinese. Un messaggio netto, lanciato in un momento di alta tensione, mentre l’esercito continua le sue operazioni e le pressioni internazionali spingono per una via diplomatica.

Katz avverte: “Non accetteremo minacce di annientamento”

Nel suo intervento, Katz ha ribadito con fermezza che Israele non intende mollare la presa sulla “zona di sicurezza” a Gaza, quell’area cuscinetto lungo il confine creata dopo gli ultimi scontri. “Abbiamo colpito duramente la leadership degli Houthi in Yemen e bloccato le minacce di distruzione contro Israele durante l’operazione in Iran”, ha detto rivolgendosi ai nuovi ufficiali. La sala era silenziosa, carica di tensione. “Non permetteremo mai che Israele venga minacciato di annientamento, oggi o domani. Agiremo contro ogni pericolo, vicino o lontano”, ha aggiunto, lasciando chiaro che la strategia difensiva non cambierà presto.

La linea di Israele: sicurezza prima di tutto

La dichiarazione arriva dopo settimane di azioni militari sia a sud che a nord del confine. Fonti dell’esercito spiegano che l’Idf resta nella zona di sicurezza proprio per evitare infiltrazioni e attacchi missilistici da parte dei gruppi armati palestinesi. Per Katz, questa posizione è non negoziabile: “Un messaggio chiaro ai nostri nemici: non testate la nostra pazienza né la nostra forza”. Un avvertimento diretto non solo a Hamas, ma anche a Hezbollah e alle milizie appoggiate dall’Iran.

Gli attacchi in Yemen e Iran: il quadro regionale

Durante il discorso, Katz ha citato anche le recenti operazioni contro gli Houthi in Yemen e quelle in Iran. Secondo fonti israeliane, negli ultimi giorni sono stati colpiti obiettivi strategici legati a gruppi considerati una minaccia diretta. Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, avevano rivendicato vari lanci di droni e missili verso Israele tra dicembre e gennaio. L’azione in Iran – di cui si conoscono pochi dettagli – avrebbe mirato a neutralizzare infrastrutture ritenute pericolose per la sicurezza nazionale.

Reazioni e tensioni: il mondo osserva

Le parole di Katz non sono passate inosservate. A Ramallah, un portavoce dell’Autorità Nazionale Palestinese ha parlato di “ulteriore prova della volontà israeliana di mantenere l’occupazione”. A livello internazionale, fonti europee hanno espresso “preoccupazione per l’idea di una presenza militare permanente”, sottolineando la necessità di rilanciare il dialogo. A Washington, il Dipartimento di Stato ha evitato commenti diretti, ma ha ricordato l’importanza di “assicurare la sicurezza di Israele rispettando i diritti dei civili palestinesi”.

Gaza tra scontri e richieste di aiuto

Sul campo la tensione resta alta. Nelle ultime 24 ore, fonti locali segnalano nuovi scontri tra militari israeliani e gruppi armati nella zona est di Gaza City. La vita per i civili è un continuo equilibrio tra checkpoint e restrizioni negli spostamenti. Le organizzazioni umanitarie chiedono corridoi sicuri per far arrivare gli aiuti. La “zona di sicurezza” – una fascia lunga tra 1 e 3 chilometri lungo il confine – resta uno dei punti chiave nei negoziati indiretti che si tengono al Cairo, sotto la guida dell’Egitto.

Una linea che divide: sicurezza contro diritti

Il discorso di Katz segna un ulteriore irrigidimento della posizione israeliana sulla Striscia. Da una parte, il governo insiste sulla necessità di proteggere i propri cittadini. Dall’altra, le organizzazioni per i diritti umani mettono in guardia dal rischio di una separazione definitiva tra Gaza e il resto dei territori palestinesi. Intanto, la comunità internazionale resta spaccata tra chi sostiene la fermezza e chi spinge per tornare al tavolo delle trattative.

Nei prossimi giorni capiremo se le parole di ieri a Tel Aviv saranno solo un segnale o l’inizio di una nuova fase nel conflitto israelo-palestinese. Nel frattempo, la Striscia resta sospesa tra paura e attesa.