Catania, 19 febbraio 2026 – Il tribunale di Catania ha bloccato il fermo amministrativo di 15 giorni e la multa che pesavano sulla Sea Watch 5, la nave della ong tedesca impegnata nel soccorso dei migranti nel Mediterraneo centrale. La notizia è arrivata stamattina, diffusa direttamente dalla ong tramite i suoi canali social. Grazie a questa decisione, la nave potrà tornare presto a operare. “Presto torneremo nel Mediterraneo centrale”, si legge nel messaggio diffuso dalla Sea Watch, che da anni lavora tra le acque internazionali e le coste italiane.
Sea Watch 5 torna in mare: stop al fermo dopo il salvataggio del 25 gennaio
Il fermo era scattato dopo un intervento del 25 gennaio scorso, quando la Sea Watch 5 aveva salvato 18 persone, tra cui due bambini, in acque internazionali, nella zona Sar (Search and Rescue) libica. Secondo la ong, la multa è arrivata perché l’equipaggio non ha comunicato alle autorità libiche il luogo del soccorso. Una scelta, spiegano da Sea Watch, dettata dalle “continue violazioni dei diritti umani” nei centri di detenzione libici e dalla volontà di non mettere in pericolo le persone salvate.
Dopo il soccorso, la nave era stata indirizzata al porto di Catania, indicato dalle autorità italiane come “porto sicuro”. Proprio da lì era partito il fermo amministrativo, accompagnato dalla sanzione prevista dalle leggi italiane sul controllo dei flussi migratori e sulle attività delle ong.
Lega all’attacco: “Provocazione dei giudici”
Non si è fatta attendere la risposta politica. La Lega, con un post sui propri canali social, ha bollato la decisione del tribunale come “l’ennesima provocazione di alcuni giudici a favore di ong straniere che trasportano clandestini. Contro l’Italia e gli Italiani”. Nel messaggio, il partito guidato da Matteo Salvini ha chiamato i propri sostenitori a “votare SÌ” alle prossime elezioni, definendolo “un dovere morale”.
Il clima resta teso tra governo e ong impegnate nei soccorsi in mare. Negli ultimi mesi, il confronto è spesso passato dalle aule parlamentari a quelle giudiziarie, con sentenze e ricorsi che hanno coinvolto sia le organizzazioni sia le istituzioni italiane.
Meloni contro Sea Watch: un nuovo capitolo dello scontro
La vicenda della Sea Watch 5 si inserisce in un quadro più ampio di tensioni tra il governo guidato da Giorgia Meloni e le ong attive nel Mediterraneo. Solo ieri, il tribunale di Palermo ha condannato lo Stato italiano a risarcire la ong per il fermo ritenuto illegittimo della nave Sea Watch 3, risalente all’estate del 2019. All’epoca, l’allora ministro dell’Interno Salvini aveva bloccato la nave, mentre le accuse contro l’ex comandante Carola Rackete sono state poi archiviate.
La sentenza di Palermo ha scatenato una reazione dura da parte della premier Meloni, che ha detto di essere rimasta “letteralmente senza parole” davanti alla decisione dei giudici. Un segnale chiaro della distanza – ormai profonda – tra una parte della magistratura e l’attuale governo sulle politiche migratorie.
Il nodo delle comunicazioni con la Libia e i diritti umani
Al centro della polemica resta la questione delle comunicazioni con le autorità libiche durante i soccorsi. Sea Watch sostiene di aver scelto di non informare Tripoli per proteggere i diritti delle persone salvate, citando rapporti internazionali sulle condizioni nei centri di detenzione libici. Le autorità italiane, invece, chiedono di rispettare le procedure previste dal diritto internazionale e dalle leggi nazionali.
Fonti vicine alla ong dicono che la nave potrebbe ripartire già nelle prossime ore. L’equipaggio è rimasto a bordo per tutto il periodo del fermo, in attesa dell’esito giudiziario. “Non ci fermeremo”, ha detto uno dei volontari a bordo, “la nostra priorità resta salvare vite”.
Un dibattito che non si chiude
La sospensione del fermo alla Sea Watch 5 riaccende il confronto sul ruolo e i limiti delle ong nel Mediterraneo centrale. Da una parte, chi chiede regole più severe e controlli più rigidi; dall’altra, chi punta a garantire assistenza umanitaria a chi rischia la vita in mare. Nel mezzo, ci sono le sentenze dei tribunali italiani che continuano a tracciare un confine – spesso sottile – tra legge e solidarietà.
