Trieste, 20 febbraio 2026 – Il Mediterraneo sta cambiando sotto la superficie, quasi senza far rumore. Un recente studio guidato da Damiano Baldan dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, pubblicato su Global Change Biology, mette in luce una trasformazione silenziosa ma profonda: la vita nei fondali marini si sta spostando. Specie che migrano verso Nord, altre che si rifugiano in acque più profonde, e una crescente frammentazione degli habitat. Tutto legato, spiegano gli esperti, al peso del cambiamento climatico.
Specie bentoniche in fuga dal caldo
Lo studio si concentra sulle specie bentoniche, quei piccoli organismi che vivono attaccati o vicino al fondo del mare. Baldan spiega: “La maggior parte di queste specie si sta muovendo verso Nord, spinta dal riscaldamento dell’acqua e dalla diminuzione dell’ossigeno vicino al fondale”. È una tendenza chiara, confermata dalle simulazioni del team.
I numeri sono pesanti: entro pochi decenni, fino al 60% delle specie bentoniche rischia di perdere il proprio ambiente naturale. Il 77% delle specie osservate sarà costretto a spostarsi verso acque più fresche, mentre circa il 30% si rifugerà in profondità. “È una reazione per sopravvivere – aggiunge Baldan – ma non tutte ce la faranno”.
Aree critiche e pericoli per l’ecosistema
Lo studio indica alcune zone dove la situazione è particolarmente grave: il Mar Egeo, il Tirreno, le coste dell’Adriatico e le parti più profonde dello Ionio. Qui la pressione ambientale è alta, tanto da suonare un vero e proprio allarme. “In queste aree il rischio di estinzione locale è molto concreto, con possibili effetti a catena sull’intero equilibrio del Mediterraneo”, si legge nel rapporto.
Gli studiosi ricordano che anche la scomparsa di una sola specie bentonica può scatenare conseguenze difficili da prevedere. Questi organismi giocano un ruolo fondamentale nei cicli biologici del mare e nel mantenimento degli habitat costieri. “Non è solo una questione di biodiversità – sottolinea uno dei ricercatori – ma di servizi essenziali anche per noi”.
Gestire il mare: cosa serve davvero
Lo studio invita a rivedere come si gestisce il Mediterraneo, tenendo conto dei nuovi cambiamenti climatici. Baldan è chiaro: “Serve un approccio che riconosca la mobilità delle specie e la frammentazione degli habitat”. Tra le soluzioni proposte ci sono nuove aree marine protette e un potenziamento dei sistemi di controllo ambientale.
“Solo una gestione flessibile – spiega Baldan – può salvare le specie più a rischio e mantenere la forza degli ecosistemi”. Altrimenti, il rischio è una perdita continua di biodiversità, con effetti negativi anche per la pesca, il turismo e l’economia legata al mare.
Un Mediterraneo che non sarà più lo stesso
Il quadro che emerge è chiaro: il Mediterraneo si sta trasformando, e le specie marine cercano nuovi modi per adattarsi a un ambiente che cambia rapidamente. “Quello che vediamo oggi è solo l’inizio – conclude Baldan – e nei prossimi anni tutto potrebbe accelerare”. Ma, tra dati e previsioni, resta aperta una sfida importante: trovare risposte concrete per salvare la vita nascosta sotto le onde.
