Milano, 21 febbraio 2026 – A quasi un mese dall’omicidio di Abderrahim Mansouri, ucciso nel boschetto di Rogoredo la sera del 26 gennaio, la Procura di Milano si concentra su nuovi elementi emersi nelle ultime ore. Al centro dell’inchiesta c’è sempre l’assistente capo della Polizia, Carmelo Cinturrino, accusato di omicidio volontario per la morte del 28enne marocchino, considerato dagli inquirenti un presunto pusher. Sullo sfondo, restano i sospetti su un verbale falso del 2024 e sulle versioni contrastanti degli agenti presenti quella notte.
Due profili di Dna sulla pistola a salve: cosa dicono le analisi
Il laboratorio di genetica forense ha trovato due profili di Dna sulla pistola a salve ritrovata accanto al corpo di Mansouri. Le identità restano al momento segrete, fanno sapere fonti investigative. Sono emerse anche altre tracce genetiche, definite “complesse”, che serviranno a ulteriori controlli nei prossimi giorni. I risultati sono ancora parziali, ma potrebbero essere decisivi per capire come sono andate davvero le cose e chi ha maneggiato l’arma.
Secondo la Procura, la pistola a salve sarebbe stata posizionata vicino al corpo dopo la morte, quasi a inscenare una scena falsa. Cinturrino però nega questa versione: sostiene di aver sparato perché Mansouri gli avrebbe puntato la pistola contro. “Non volevo uccidere. Ho sparato perché avevo paura”, ha detto il poliziotto al suo avvocato, Piero Porciani, in un colloquio recente.
Le versioni degli agenti e il ritardo nei soccorsi
Oltre a Cinturrino, sono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso altri quattro poliziotti presenti quella sera a Rogoredo. Dai primi accertamenti emerge che Cinturrino avrebbe detto ai colleghi di aver chiamato i soccorsi quando Mansouri era già a terra, ferito alla testa e quasi senza vita. In realtà, la chiamata al 112 sarebbe partita solo venti minuti dopo. Un dettaglio che pesa e che ha spinto la Procura a indagare più a fondo sulle responsabilità di ciascuno.
Negli ultimi interrogatori, i quattro agenti hanno fornito versioni “univoche e concordanti”, dicono fonti vicine all’inchiesta. Ma rispetto alle prime dichiarazioni dopo l’accaduto, alcune parti chiave sono cambiate, e questo ha acceso nuovi dubbi sulla ricostruzione iniziale. Tra i colleghi regna un clima teso e, almeno per ora, nessuno ha voluto commentare pubblicamente quanto sta emergendo.
Il passato di Cinturrino e il verbale sotto accusa
L’indagine non si limita alla notte del 26 gennaio. Gli investigatori stanno anche esaminando il passato professionale di Cinturrino. Tra le cose al vaglio c’è un presunto verbale di arresto falso del 2024, riguardante un pusher poi assolto. Secondo fonti giudiziarie, questo episodio potrebbe far luce su eventuali problemi pregressi dell’agente e viene ora approfondito per capire se c’è qualche legame con la vicenda di Rogoredo.
Cinturrino ha sempre negato di avere “qualunque rapporto con gli spacciatori della zona”, prendendo le distanze dalle accuse che emergono dagli interrogatori dei colleghi. Il suo avvocato ha evitato di entrare nel merito delle accuse sull’arma trovata vicino alla vittima, limitandosi a ribadire la versione del poliziotto: “Ha agito per paura”.
Cosa succederà nelle prossime settimane
Nei prossimi giorni sono attesi nuovi sviluppi dalle analisi del Dna e dalle verifiche sui tabulati telefonici degli agenti coinvolti. La Procura vuole capire se ci sono state omissioni volontarie nei soccorsi e se la scena del crimine è stata modificata dopo il colpo fatale. Intanto resta sullo sfondo il problema della gestione delle operazioni antidroga nel boschetto di Rogoredo, un’area da anni segnata da spaccio e degrado.
Il caso Mansouri continua a scuotere la periferia sud-est di Milano e a sollevare dubbi sulla trasparenza delle forze dell’ordine in situazioni ad alta tensione. “Ci aspettiamo risposte chiare”, ha detto ieri un rappresentante della comunità marocchina, presente davanti al commissariato di zona. Solo allora, forse, si potrà ricostruire con precisione cosa è davvero successo quella sera tra gli alberi di Rogoredo.
