Raid pakistani in Afghanistan: un bilancio drammatico di morti e feriti

Raid pakistani in Afghanistan: un bilancio drammatico di morti e feriti

Raid pakistani in Afghanistan: un bilancio drammatico di morti e feriti

Matteo Rigamonti

Febbraio 22, 2026

Kabul, 22 febbraio 2026 – Nella notte tra mercoledì e giovedì, decine di civili afghani sono rimasti uccisi o feriti dopo un raid aereo condotto dall’aviazione pakistana. Sette presunti campi “terroristici” lungo il confine tra Afghanistan e Pakistan sono stati colpiti. Islamabad ha confermato l’operazione nelle prime ore di oggi, spiegando che si tratta di una risposta agli attentati suicidi che hanno colpito il Pakistan nei giorni scorsi. Le autorità locali afghane parlano di un bilancio pesante, con molte vittime tra donne e bambini.

Raid pakistani: colpiti civili e villaggi al confine

Il portavoce talebano, Zabihullah Mujahid, ha denunciato che i bombardamenti hanno preso di mira le province di Nangarhar e Paktika, già segnate da tensioni e violenze. “Hanno colpito i nostri civili – ha detto Mujahid – uccidendo e ferendo decine di persone, tra cui donne e bambini”. Sui social circolano immagini di case distrutte e detriti sparsi tra le strade di piccoli villaggi di confine. Secondo le prime testimonianze, i raid sono avvenuti tra le 22 e le 2 di notte, colpendo molti mentre dormivano.

Sette campi nel mirino: la versione ufficiale di Islamabad

Il governo pakistano, tramite un comunicato del Ministero degli Esteri, ha confermato l’attacco. “Abbiamo colpito sette campi terroristici responsabili degli ultimi attentati suicidi sul nostro territorio”, si legge nel testo. Secondo Islamabad, i raid sono stati “precisi” e hanno preso di mira miliziani legati a gruppi estremisti lungo il confine. Non sono però stati forniti dettagli sulle vittime né su come siano stati identificati gli obiettivi. Fonti militari parlano di “necessità di difesa nazionale”, ma non si sono espressi sulle accuse di vittime civili.

Confine infuocato: tensioni che non accennano a calmarsi

La zona tra Nangarhar e Paktika, vicino alla linea Durand, è da anni un terreno di scontro tra esercito pakistano e milizie armate. Negli ultimi mesi, l’aumento degli attentati in Pakistan – soprattutto nel Khyber Pakhtunkhwa – ha spinto Islamabad a rafforzare i controlli e a minacciare raid oltre confine. Solo la scorsa settimana, un attacco suicida a Peshawar ha causato almeno 18 morti tra i civili. “Non possiamo più accettare che basi terroristiche siano a pochi chilometri dalle nostre città”, ha detto un funzionario del Ministero della Difesa pakistano, che ha voluto restare anonimo.

Allarme Onu: cresce il timore per i civili

Le Nazioni Unite hanno espresso “profonda preoccupazione” per l’escalation militare e il rischio di altre vittime tra la popolazione. La missione Onu in Afghanistan (UNAMA) ha chiesto “massima cautela” nell’uso della forza e di aprire subito corridoi umanitari per soccorrere i feriti. Sul posto, fonti ospedaliere di Jalalabad parlano di almeno 25 persone ricoverate con gravi ustioni e ferite. “Sono arrivate intere famiglie, tanti bambini – racconta un medico dell’ospedale provinciale – alcuni non ce l’hanno fatta”.

Kabul denuncia: “Aggressione contro uno Stato sovrano”

Il governo talebano ha convocato d’urgenza il Consiglio dei ministri per decidere la risposta. In una nota ufficiale, i talebani definiscono i raid pakistani “un atto di aggressione contro uno Stato sovrano” e chiedono l’intervento della comunità internazionale. “Difenderemo il nostro popolo con ogni mezzo”, ha ribadito Mujahid davanti ai giornalisti. Al momento, non si registrano movimenti militari rilevanti lungo il confine, ma la tensione resta alta.

Rischio escalation: la strada verso la diplomazia resta urgente

Per molti analisti locali, la situazione può sfuggire di mano se non si aprono subito canali diplomatici tra Kabul e Islamabad. “Ogni raid aumenta il risentimento tra le comunità locali”, avverte Ahmad Wali, ricercatore del centro Afghan Peace Watch. La popolazione civile, già stremata da anni di guerra, teme nuove ondate di violenza. Intanto, tra le strade di Nangarhar, si raccolgono i resti delle case colpite: tra polvere e silenzio, la paura è ancora forte.