Milano, 23 febbraio 2026 – Sette dipendenti comunali rischiano di finire a processo per una lunga serie di furti ai danni dei defunti e delle loro famiglie, avvenuti tra il Cimitero Maggiore di Milano e l’obitorio civico. Secondo la richiesta di rinvio a giudizio firmata dal pm Antonio Cristillo, il gruppo – composto da uomini tra i 31 e i 60 anni – avrebbe approfittato del proprio ruolo per portare via gioielli, fedi e denaro durante il trasporto delle salme, operando in un clima di “reticenza e omertà”, come spiegano gli inquirenti.
Un sistema collaudato fatto di silenzi e complicità
Le indagini della Polizia Locale hanno ricostruito un meccanismo che, secondo gli atti, sarebbe andato avanti per mesi. Gli operai, incaricati di gestire i corpi e le case dei defunti, avrebbero approfittato dello stato di shock dei parenti per mettere a segno i furti. “Quando entri negli appartamenti, dici ai parenti di andare in un’altra stanza, perché la movimentazione della salma è brutta da vedere. Così si aprono armadi e cassetti”, ha raccontato uno degli imputati, oggi dimissionario, davanti agli investigatori della Squadra Interventi.
E non basta. Anche la presenza delle forze dell’ordine non avrebbe fermato i sospetti: “Anche se ci sono i carabinieri, spesso ci lasciano soli perché l’odore è insopportabile”, ha ammesso lo stesso indagato. Un dettaglio che fa capire bene l’ambiente in cui si muovevano.
Il bottino: oro, contanti e divisioni immediate
Dagli atti emerge che il gruppo non si è fermato davanti a niente. In un episodio a Rogoredo, mentre spostavano una salma, uno degli operai ha notato un portagioie: “I due colleghi con me hanno preso due anelli; una volta, quando non c’ero, sono tornati con un portafoglio pieno di soldi, caduti togliendo la salma dal materasso”. Il denaro veniva diviso subito – in un caso si parla di 1.100 euro a testa – mentre l’oro finiva nei Compro Oro della provincia.
Spesso il controllo nei negozi era superficiale o assente. Un orecchino strappato a un cadavere nell’obitorio è stato rivenduto in viale Corsica per appena 37 euro. “L’ho venduto lì, gliel’ho detto anche la cifra”, ha confessato uno degli indagati agli inquirenti.
Paura e silenzi tra i colleghi
Il muro di silenzio che ha protetto questo sistema per tanto tempo si è rotto solo grazie alle confessioni di alcuni colleghi. “Siamo in 28 là dentro, ma non tutti sono onesti”, ha raccontato un testimone agli investigatori. Secondo lui, i leader del gruppo erano “brutte persone”, temute da molti per possibili ritorsioni. “Onesti, direi che siamo meno della metà”, ha ammesso con rassegnazione.
Le testimonianze parlano di un ambiente degradato, dove la paura di parlare era forte e la complicità tra alcuni dipendenti rendeva difficile fermare tutto. Solo l’intervento deciso della Polizia Locale e le prime ammissioni hanno fatto venire alla luce questa vicenda.
Conseguenze: trasferimenti e attesa del processo
Al momento, quasi tutti gli indagati sono stati spostati ad uffici amministrativi lontani dai servizi cimiteriali. Il Comune ha preso questa decisione per evitare nuovi contatti con le famiglie e per tutelare l’immagine dell’ente. L’udienza preliminare è fissata per martedì prossimo: sarà il giudice a decidere se accogliere la richiesta di rinvio a giudizio del pm Cristillo.
Tra i dipendenti comunali la vicenda ha creato sconcerto e sollevato dubbi sulla gestione dei servizi funebri pubblici a Milano. “Serve più controllo e trasparenza”, ha commentato un funzionario che ha chiesto di restare anonimo.
Mentre le famiglie coinvolte aspettano risposte e giustizia, resta aperta la questione della fiducia nelle istituzioni chiamate a gestire i momenti più delicati della vita cittadina.
