Il dramma del poliziotto di Rogoredo: abbandonato dai colleghi dopo lo sparo

Il dramma del poliziotto di Rogoredo: abbandonato dai colleghi dopo lo sparo

Il dramma del poliziotto di Rogoredo: abbandonato dai colleghi dopo lo sparo

Matteo Rigamonti

Febbraio 23, 2026

Milano, 23 febbraio 2026 – Il caso Rogoredo si infittisce. I colleghi di Carmelo Cinturrino, il poliziotto indagato per l’omicidio di Abderrahim Mansouri, hanno cambiato versione sui momenti che hanno preceduto lo sparo nel boschetto di Rogoredo, a sud di Milano. Secondo le ultime testimonianze raccolte dalla Procura, nessuno avrebbe visto la pistola a salve che Mansouri avrebbe puntato contro l’agente. Un dettaglio che, a settimane di distanza, riscrive la dinamica e mette in discussione la ricostruzione iniziale.

La pistola a salve e quei 23 minuti decisivi

Il pubblico ministero Giovanni Tarzia sta passando al setaccio cellulari, tabulati e chat degli agenti coinvolti, oltre al Dna trovato sulla pistola giocattolo. Al centro dell’inchiesta c’è il comportamento del collega ventottenne che, subito dopo lo sparo, è tornato in commissariato per recuperare uno zaino, su ordine di Cinturrino. Proprio in quei 23 minuti, secondo gli inquirenti, la pistola a salve sarebbe stata portata sul posto e posizionata vicino al corpo di Mansouri. Un’ipotesi che trova conferma nei rilievi della scientifica: sulla replica della Beretta 92 sono stati isolati due profili genetici.

Le accuse che pesano su Cinturrino

Cinturrino, 41 anni, in servizio al commissariato Mecenate, è difeso dall’avvocato Pietro Porciani. Non rischia solo l’accusa di omicidio volontario. La Procura lo indaga anche per presunti pestaggi e richieste di denaro ai pusher della zona. Secondo quanto raccontato da Mansouri ai suoi legali pochi mesi prima di morire, Cinturrino – noto come “Luca” – avrebbe chiesto “cinque grammi di cocaina e 200 euro al giorno” in cambio di protezione. “Aveva paura per la sua vita”, spiegano gli avvocati della vittima.

Versioni che non tornano e sospetti sulla scena

La famiglia di Mansouri non si beve la storia dell’autodifesa. Il colpo – uno solo, sparato da una distanza stimata tra i 20 e i 30 metri – ha colpito la tempia destra del trentenne marocchino. “Sembra un’esecuzione”, confida un parente fuori dalla questura. Gli altri agenti presenti sono ora indagati per aver forse aiutato Cinturrino a mettere in scena il ritrovamento della pistola a salve accanto al corpo agonizzante. La Procura ipotizza diversi livelli di responsabilità nella messinscena.

Ombre sul passato dell’agente

Il nome di Cinturrino non è nuovo alle indagini della magistratura milanese. In un verbale del 26 gennaio scorso, l’agente ha detto: “So che lì nascondono la sostanza, spesso sono rimasto appostato per ore. Ho fatto quaranta arresti l’anno scorso e quest’anno quattro”. Ma secondo alcuni colleghi sentiti dagli inquirenti, Cinturrino avrebbe esagerato con la forza e le minacce. In almeno un caso avrebbe evitato l’arresto, nonostante ci fossero i presupposti.

Nel 2024, il Tribunale di Milano aveva già segnalato alla Procura un episodio sospetto: durante un sequestro, Cinturrino avrebbe trattenuto alcune banconote appartenenti a una ragazza fermata, dichiarando nel verbale solo 20 euro. Un dettaglio che ora torna prepotentemente in gioco.

L’inchiesta va avanti tra silenzi e tensioni

Il clima al commissariato Mecenate è carico di tensione. Nessuno si sbilancia davanti ai giornalisti. “Non commentiamo”, taglia corto un agente uscendo dal turno serale. Intanto il pm Tarzia continua a ricostruire, minuto per minuto, cosa è successo nel boschetto di Rogoredo. I prossimi giorni saranno cruciali: si attendono i risultati delle analisi sulle tracce biologiche e delle chat sequestrate.

Questa vicenda ha riacceso il dibattito sulla gestione delle zone più difficili della città e sui rapporti tra forze dell’ordine e criminalità. Sullo sfondo resta la domanda più difficile: come ha fatto una pistola a salve a comparire solo dopo lo sparo? E perché nessuno, almeno all’inizio, ha visto niente?