Milano, 24 febbraio 2026 – Ieri mattina, poco dopo l’inizio del turno, è scattato il fermo per Carmelo Cinturrino, assistente capo di polizia di 41 anni in servizio al commissariato Mecenate. L’accusa è pesante: omicidio e tentativo di coprire i fatti legati alla morte di Abderrahim Mansouri. Dopo settimane di sospensione dalle attività operative e senza arma, a seguito di un episodio avvenuto il 26 gennaio nel bosco di Rogoredo, ieri alle 8.30 gli agenti lo hanno bloccato. Oggi dovrà presentarsi davanti al gip Domenico Santoro per l’udienza di convalida. Intanto, tra colleghi e investigatori, non si parla d’altro che del suo soprannome: Thor.
“Thor”: il soprannome che racconta un carattere difficile
Tra chi frequentava il boschetto di Rogoredo e gli stessi agenti, Cinturrino era noto come “Thor”, richiamo al personaggio Marvel. Non solo per la stazza, ma soprattutto per l’atteggiamento aggressivo. “Era una persona violenta, abituata a picchiare chi si trovava nel bosco, anche usando un martello”, hanno raccontato agli inquirenti tre poliziotti coinvolti nella vicenda. Un giovane collega di 28 anni ha detto: “Mentre andavo verso l’auto ho pensato: Cinturrino è pericoloso. Fa paura, è rude”. Un altro agente ha confessato di aver temuto di essere colpito alle spalle durante quei momenti concitati.
Indagati anche altri poliziotti: cosa emerge dalle perquisizioni
Non è solo Cinturrino a essere sotto indagine. Altri agenti sono iscritti nel registro degli indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. La perquisizione ha toccato anche la casa della sua compagna a Carpiano, a sud di Milano, e il suo alloggio di servizio. L’avvocato che lo difende è Piero Porciani. Attualmente, Cinturrino è rinchiuso nel carcere di San Vittore. Nel 2015 aveva ottenuto una lode per un’operazione di polizia. Sotto copertura, era conosciuto come “Luca” nel giro dello spaccio e, secondo le indagini, avrebbe chiesto soldi e droga come pizzo. I suoi profili social mostrano vacanze in Sicilia, tra Taormina e Stromboli, insieme alla compagna, che lavora come custode in un palazzo Aler di via Mombiani.
Il racconto iniziale e i primi dubbi
Dopo la morte di Mansouri, Cinturrino aveva parlato di legittima difesa: “Ha tirato fuori la pistola… l’ha puntata”, aveva detto agli inquirenti. Anche un agente presente, D.P., aveva confermato: “Ha sparato perché gli stavano puntando un’arma addosso… credo sia stato legittimo difendersi”. Ma con il passare dei giorni, sono venuti fuori dubbi sempre più forti. Il giovane agente D.P. ha poi ammesso di aver temuto che Cinturrino potesse aggredirlo o costringerlo a raccontare una versione falsa.
Il buco nella versione ufficiale: il Dna sulla pistola
La nuova versione di Cinturrino – “Ho messo la pistola accanto a Mansouri perché temevo le conseguenze” – non ha convinto gli investigatori. Le analisi scientifiche hanno mostrato che sulla pistola a salve trovata vicino al corpo non c’era alcuna traccia biologica della vittima. “Gli unici profili di Dna sono del poliziotto”, si legge negli atti della Procura. Secondo i pm Giovanni Tarzia e Marcello Viola, questo smentisce la legittima difesa e fa pensare a una messinscena dopo lo sparo.
Come sono andate davvero le cose: la ricostruzione degli agenti
D.P., uno degli agenti presenti, ha raccontato una versione diversa: “Ho visto Zack – così chiamavano Mansouri – alzare il braccio destro come per lanciare qualcosa”. Forse una pietra. Secondo lui, Mansouri avrebbe cercato di scappare appena ha visto la pistola puntata da Cinturrino, che ha sparato colpendolo. Dopo il colpo, l’assistente capo avrebbe detto al collega di tornare in commissariato a prendere una valigetta con degli atti. Le telecamere confermano quel viaggio: arrivo in via Impastato alle 17.33, ritorno al boschetto alle 17.48.
La scoperta della pistola e la verità che cambia
Quando l’agente è tornato sul luogo, ha notato una pistola vicino alla mano destra della vittima. Solo allora ha ammesso che prima dello sparo nessuno aveva intimato l’alt a Mansouri. Il 27 gennaio, però, aveva detto il contrario: “Abbiamo urlato ‘polizia, polizia’… anche lui ha gridato”. La Procura, invece, sostiene che lo sparo è partito senza alcun avvertimento e senza che ci fosse una reale minaccia.
Cosa accadrà ora: il futuro dell’inchiesta
Oggi Cinturrino sarà ascoltato dal gip per la convalida del fermo. L’indagine non si ferma: nuovi interrogatori e accertamenti sono in programma. Restano da chiarire i ruoli degli altri agenti presenti quella sera e se ci sono state coperture o omissioni dopo l’omicidio nel bosco di Rogoredo.
