Milano, 24 febbraio 2026 – L’omicidio di Abderrahim Mansouri, consumato il 26 gennaio scorso nel boschetto di Rogoredo, continua a scuotere profondamente la Polizia di Stato e l’opinione pubblica milanese. Al centro dell’inchiesta c’è l’assistente capo Carmelo Cinturrino, ora in carcere con l’accusa di omicidio volontario e di aver falsificato la scena del crimine. A incastrarlo, secondo la Procura di Milano, non sono solo le prove scientifiche raccolte sul posto, ma soprattutto le testimonianze – spesso cariche di paura – dei suoi stessi colleghi.
Paura e silenzi nella squadra di Rogoredo
Dai verbali emerge un quadro allarmante: Cinturrino viene descritto come un uomo temuto, capace di mettere soggezione anche tra i poliziotti della sua stessa squadra. Uno degli agenti presenti quel pomeriggio ha detto ai magistrati: «Ho pensato che Cinturrino fosse pericoloso. Una persona che incute timore, brusca». E ancora, mentre si allontanava dalla scena, ha ammesso: «Ho avuto paura che potesse spararmi». Una tensione che, secondo gli investigatori, ha influenzato anche i primi verbali.
Non è solo una questione di parole. Più agenti hanno raccontato che Cinturrino usava metodi violenti durante i controlli nel bosco, arrivando a colpire i frequentatori con un martello. Questo clima di paura e omertà avrebbe spinto i colleghi a coprire la versione della “legittima difesa”, proprio come suggerito dall’assistente capo.
Perché è in carcere: i timori della Procura
Oggi Cinturrino è dietro le sbarre non solo per il rischio di fuga. La Procura temeva che potesse commettere di nuovo un reato o mettere pressione ai testimoni. Nei documenti si parla di una «capacità criminale elevata» e del timore, espresso da almeno tre colleghi, che l’indagato potesse contattarli o minacciarli. Un agente ha confessato di aver temuto di «essere colpito alle spalle» mentre correva verso l’uscita del bosco, su ordine proprio di Cinturrino, incaricato di andare a prendere la “valigetta degli atti” al commissariato.
Per i magistrati, il rischio che l’assistente capo possa inquinare ulteriormente le prove è concreto. Il pericolo riguarda anche il testimone oculare e gli altri frequentatori del bosco, potenziali vittime di pressioni.
Come è andata secondo la Procura
La Procura non lascia spazio a dubbi: Mansouri sarebbe stato colpito da un solo proiettile alla testa, mentre cercava riparo tra i cespugli. Un colpo solo, spiegano gli inquirenti, che «esclude uno stato emotivo di paura». Se fosse stata legittima difesa, sostengono i pm, Cinturrino avrebbe sparato più volte o agito in modo meno calcolato.
Invece, secondo l’accusa, l’assistente capo avrebbe accettato il rischio di uccidere sparando ad altezza d’uomo, senza nemmeno qualificarsi. Nessuno degli agenti presenti ha intimato l’alt o si è identificato prima dello sparo.
Le prove scientifiche e la “pistola fantasma”
A smontare la versione difensiva ci hanno pensato i Ris. Sull’arma trovata vicino alla mano destra della vittima non c’era traccia del Dna di Mansouri. Al contrario, erano chiaramente presenti quelle di Cinturrino: «sulla guanciola destra, sul grilletto, sul cane e sul dorso dell’impugnatura». Per la Procura, l’assistente capo avrebbe manipolato la pistola in modo da lasciare tracce biologiche in più punti, cercando di ricostruire una scena compatibile con la legittima difesa.
Un testimone oculare ha confermato che Mansouri «non era armato, aveva in una mano un telefono e nell’altra una pietra». Il giovane sarebbe stato colpito alla schiena mentre cercava di scappare, cadendo di faccia dopo il colpo.
I minuti dopo lo sparo e il tentativo di depistaggio
Secondo il racconto di un agente indagato per favoreggiamento e omissione di soccorso, subito dopo lo sparo Cinturrino avrebbe ordinato a un collega di andare a prendere al commissariato una borsa nera con lo stemma d’Italia – la cosiddetta “valigetta degli atti”. Solo dopo, tornando verso il corpo di Mansouri, avrebbe preso «un oggetto nero» dalla borsa e si sarebbe precipitato di nuovo sul posto.
Il collega ha visto la pistola solo in quel momento: «Solo allora ho notato che vicino alla mano destra della vittima c’era una pistola». Secondo le prime ricostruzioni, Cinturrino avrebbe aspettato oltre venti minuti prima di chiamare i soccorsi, forse per avere il tempo di sistemare la scena.
L’inchiesta va avanti. La Procura di Milano vuole fare luce su ogni dettaglio di quella tragica giornata nel boschetto di Rogoredo e sulle responsabilità degli agenti coinvolti. Intanto, resta forte il senso di inquietudine dentro le forze dell’ordine e nella comunità locale.
