Roma, 24 febbraio 2026 – A quasi trent’anni dalla sua scomparsa e sessanta dalla nascita, Jeff Buckley torna sotto i riflettori grazie a un nuovo docufilm che promette di mostrare il lato più intimo e fragile di una delle voci più riconoscibili del rock. Si intitola “It’s Never Over, Jeff Buckley”, è diretto da Amy Berg e coprodotto da Brad Pitt. Il film sarà proiettato nelle sale italiane il 16, 17 e 18 marzo, distribuito da Nexos Studios. Una data segnata sul calendario da molti fan che ancora oggi sentono vivo il legame con l’artista americano, scomparso prematuramente il 29 maggio 1997 a Memphis.
Jeff Buckley come non l’avete mai visto
Amy Berg, già nota per il documentario su Janis Joplin, ha scelto di raccontare Jeff Buckley mettendo da parte la leggenda per scavare nella sua storia personale e familiare. Per la prima volta, la madre Mary Guibert – una presenza fondamentale nella vita del cantante – si racconta davanti alla telecamera, parlando del legame profondo con il figlio e di come abbia custodito la sua eredità artistica. Con lei, le ex compagne Rebecca Moore e Joan Wasser, insieme ai musicisti Ben Harper, Michael Tighe e Parker Kindred, contribuiscono a ricostruire un ritratto fatto di ricordi privati, immagini mai viste e testimonianze dirette.
Il documentario attraversa le strade di New York negli anni Ottanta e Novanta, restituendo l’atmosfera in cui Buckley è cresciuto. “La musica era mia madre, era mio padre”, confida Jeff in una delle interviste ritrovate da Berg. Ma proprio la figura del padre – Tim Buckley, un altro nome di spicco nella musica americana – resta un’ombra con cui Jeff ha convissuto per tutta la vita.
La voce che ha segnato un’epoca
Parlare di Jeff Buckley significa inevitabilmente usare la parola “leggenda”. Il suo unico album in studio, Grace, uscito nel 1994, è ancora oggi considerato uno dei migliori di sempre. Canzoni come “Lover, You Should’ve Come Over” e la celebre cover di “Hallelujah” di Leonard Cohen hanno lasciato un segno indelebile nella storia della musica. La voce di Buckley – capace di spaziare su quattro ottave, passando con naturalezza dal baritono al falsetto – è ancora un mistero per molti. “Era maschile e femminile insieme”, racconta Michael Tighe nel film. “Aveva dentro tristezza ed energia”.
Nel documentario emergono dettagli poco conosciuti: l’ammirazione per artisti come Nina Simone e Led Zeppelin (memorabile il racconto di quando Jeff si arrampicò sull’impalcatura di un loro concerto per assorbire quell’energia), la passione per Nusrat Fateh Ali Khan e Edith Piaf. Una fame musicale che lo spingeva a vivere dentro e per la musica, spesso in conflitto con le aspettative dell’industria discografica.
Una fine tragica e il peso dell’eredità
Il 29 maggio 1997, Jeff Buckley muore annegato nelle acque del Mississippi a Memphis. Aveva scelto quella città per sfuggire alla pressione dei media e lavorare al secondo album in una piccola casa coloniale. Quella sera, secondo le ricostruzioni, aveva bevuto una birra ascoltando “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin prima di tuffarsi nel fiume. Nel sangue non è stata trovata traccia di droghe, solo messaggi d’affetto per la madre Mary e per le compagne Rebecca e Joan.
La sua morte ha alimentato il mito ma anche il senso di incompiutezza che spesso accompagna i grandi della musica. “Jeff aveva paura di perdere la libertà artistica”, spiega Ben Harper nel film. “Sentiva una pressione enorme”. Un tema che oggi torna forte, in un’epoca in cui la fragilità degli artisti non è più un tabù.
Un’eredità che continua a vivere
“It’s Never Over, Jeff Buckley” nasce da anni di ricerche, interviste e lavoro su materiali d’archivio. Il docufilm ha ricevuto una standing ovation al Sundance Festival e ha emozionato il pubblico alla Festa del Cinema di Roma. Ora offre agli spettatori italiani la possibilità di entrare ancora una volta nella vita – e nella voce – di un artista che parla ancora alle nuove generazioni.
Resta quel disco unico, Grace. Resta una voce capace di toccare il cuore. E ora anche un racconto più umano, fatto di fragilità e desiderio d’amore. Forse è proprio questo che rende Jeff Buckley ancora così vicino a noi.
