Il clan Contini: come gestivano truffe e affari nel cuore di Napoli

Il clan Contini: come gestivano truffe e affari nel cuore di Napoli

Il clan Contini: come gestivano truffe e affari nel cuore di Napoli

Matteo Rigamonti

Febbraio 25, 2026

Napoli, 25 febbraio 2026 – Un blitz congiunto di Guardia di Finanza e Carabinieri, sotto la guida della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, ha scoperto come il clan Contini avesse trasformato l’ospedale San Giovanni Bosco in una vera e propria base per affari illeciti. Dalle truffe assicurative alla gestione illegale dei bar interni, fino al rilascio di certificati medici falsi per far uscire i boss dal carcere. L’indagine, concentrata su episodi del 2020, ha portato all’arresto di tre membri del clan e dell’avvocato civilista Salvatore D’Antonio, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

D’Antonio, il fulcro economico del clan

Per gli investigatori, al centro di tutto c’era proprio D’Antonio, 51 anni, definito il “cassiere” del gruppo. Hanno ricostruito un sistema ben oliato: i soldi delle truffe assicurative – basate su falsi incidenti, perizie pilotate e testimoni compiacenti – venivano reinvestiti in immobili, auto di lusso e persino in quadri d’autore. Un modo per ripulire il denaro sporco e rafforzare il controllo economico del clan. Ma non finisce qui: l’avvocato era anche il tramite tra i boss in carcere e le loro famiglie, gestendo il pagamento delle “mesate”, cioè gli stipendi che il clan versa agli affiliati detenuti. “Era lui a fare i conti e a far arrivare i soldi dove servivano”, ha raccontato una fonte investigativa.

Il clan domina il San Giovanni Bosco

Le indagini hanno svelato un controllo capillare sull’ospedale. I Contini gestivano i bar e la buvette senza versare un centesimo all’Asl Napoli 1 Centro, usando anche la corrente elettrica dell’ospedale per abbattere le spese. Un dipendente, parlando sotto anonimato, ha confessato: “Non pagavano niente, nemmeno la luce”. Con il supporto di un’associazione di volontariato legata al clan, garantivano un servizio di ambulanza che faceva saltare le liste d’attesa per i ricoveri degli affiliati. E spesso il trasporto delle salme avveniva bypassando le imprese funebri autorizzate.

Fondamentale era anche il rilascio di certificati medici falsi. Servivano sia per le truffe assicurative sia per far ottenere la scarcerazione ai boss per motivi di salute. “Era tutto organizzato nei minimi dettagli”, ha ammesso uno degli investigatori.

Tra gli indagati, colletti bianchi e funzionari infedeli

L’inchiesta coinvolge in tutto 76 persone, tra cui vari “colletti bianchi” e pubblici ufficiali che agivano “in stretto e stabile legame con l’organizzazione”. Tra loro ci sono tre medici dell’ospedale, un funzionario dell’Inps di Napoli, un ex addetto all’ufficio patrimonio del San Giovanni Bosco e un ispettore di polizia in pensione. Quest’ultimo avrebbe fornito informazioni riservate e supporto logistico per aiutare il clan. “C’era chi faceva finta di niente e chi invece partecipava direttamente”, ha spiegato una fonte della Dda.

Minacce e resistenza: la battaglia di Verdoliva

Non sono mancati momenti di resistenza. Nell’ordinanza firmata dal gip Ivana Salvatore emergono le forti intimidazioni subite da Ciro Verdoliva, direttore generale dell’Asl Napoli 1 Centro ai tempi dei fatti. Verdoliva aveva avviato una dura battaglia per togliere le ditte vicine ai Contini dagli appalti per pulizie e servizi ausiliari. Una scelta che ha scatenato un clima di tensione pesante: minacce e continue pressioni, fino alla denuncia alla Procura. “Non potevo più stare a guardare”, ha confidato Verdoliva agli investigatori.

Un sistema ben radicato, ma non invincibile

L’indagine mostra un sistema profondamente radicato, dove la criminalità organizzata si infiltra nella sanità pubblica napoletana sfruttando complicità trasversali. Solo grazie al lavoro congiunto delle forze dell’ordine e di dirigenti coraggiosi è stato possibile mettere un freno, almeno in parte, a questo meccanismo. Ma la partita è ancora aperta. “Il rischio che tutto possa ricominciare è alto”, ha ammesso una fonte della Guardia di Finanza. Eppure, almeno per ora, nel San Giovanni Bosco si respira un’aria diversa.