Roma, 25 febbraio 2026 – Un milione di euro sparito dalle casse di Fibernet, spese folli tra hotel di lusso, OnlyFans e PlayStation, una fiducia tradita e una sentenza che scuote: ieri il tribunale di piazzale Clodio ha condannato a 4 anni e 3 mesi di carcere un 36enne romano, ex responsabile amministrativo della società attiva nelle infrastrutture digitali. Con lui, la suocera, 63 anni, è stata riconosciuta colpevole di complicità e condannata a otto mesi. Tutto è venuto alla luce dopo mesi di indagini che hanno scoperto un sistema ben oliato di appropriazione indebita e truffa.
Il manager modello e il furto nascosto
Secondo gli inquirenti della Procura di Roma, quell’uomo – assunto con incarichi importanti e ritenuto affidabile dai vertici – aveva messo in piedi un sistema per prosciugare i soldi dell’azienda. Due i metodi principali: bonifici su sei conti personali e l’uso smodato di carte di credito aziendali. Le spese, documentate dagli investigatori, raccontano un’altra storia rispetto a quella di un normale impiegato: soggiorni a Borgo Egnazia (il resort pugliese famoso per aver ospitato il G7), borse firmate Louis Vuitton, videogiochi per PlayStation per decine di migliaia di euro, abbonamenti a OnlyFans.
“Sembrava sempre impeccabile, mai un sospetto”, ha detto una collega durante il processo. Ma dietro quella facciata si nascondeva un buco finanziario che poteva far saltare la società.
Firme false e prestiti a tassi folli
Per coprire le uscite e nascondere il buco nei conti, il 36enne ha falsificato la firma digitale del legale rappresentante di Fibernet. Così ha ottenuto finanziamenti bancari per 1,3 milioni di euro, accettando tassi di interesse altissimi. Una mossa disperata, ma che ha funzionato finché nessuno ha guardato troppo da vicino.
In aula è emerso che il manager ha agito da solo per anni, senza destare sospetti. Solo nel 2022 qualcosa si è rotto.
Il dettaglio che ha fatto crollare tutto
Il castello è crollato per un dettaglio che sembrava piccolo. Una dipendente dell’amministrazione, insospettita da una spesa di 5mila euro senza spiegazioni, ha cominciato a fare domande. “Non tornavano i conti, ho chiesto ma risposte non ne arrivavano”, ha raccontato ai magistrati.
Da qui la decisione dei titolari di scavare a fondo. Le prove decisive sono saltate fuori nella vettura aziendale del responsabile: vecchi estratti conto bancari che confermavano i movimenti illeciti. Quel dettaglio ha permesso agli investigatori di seguire la pista del denaro.
La suocera coinvolta e le fatture false
Nel mirino è finita anche la suocera, titolare di un bar nella periferia romana. Secondo gli atti, avrebbe incassato circa 22mila euro con fatture false per “omaggi ai clienti” e “specialità italiane per clienti esteri”, beni mai consegnati a Fibernet. Una truffa parallela che ha aggravato la posizione dei due imputati.
Il pubblico ministero Annalisa Martini aveva chiesto tre anni per il 36enne. Il giudice ha deciso per una pena più dura: “La gravità e la durata dei fatti richiedono una risposta più severa”, si legge nelle motivazioni.
L’azienda reagisce e guarda avanti
La Fibernet, parte civile nel processo, ha ottenuto giustizia dopo tre anni di ammanchi che hanno messo a rischio la sua stabilità. “Sono stati mesi difficili – ha detto uno dei soci – ma ora guardiamo avanti”. L’azienda sta valutando come recuperare i soldi sottratti.
Resta l’amarezza per una vicenda che ha scosso l’ambiente lavorativo e acceso i riflettori sulla necessità di controlli più stretti nella gestione interna. Solo così, forse, si potrà evitare che storie come questa si ripetano.
